mercoledì 13 dicembre 2017

Nevermore - Dreaming Neon Black


Nevermore - Dreaming Neon Black
(Century Media, 1999)

All play dead. Un suicidio apre le porte della disperazione e la tragedia distrugge ogni sogno per il futuro e ogni certezza con cui era stato costruito il passato. L'impotenza di fronte alla nostra fragilità. E la rabbia diventa l'unica, inutile, liberazione. Incubi ossessivi e ricorrenti in mezzo a delicati momenti di solitudine con i nostri propri fantasmi. Dreaming Neon Black è un concept album sul magnetismo dell'autodistruzione dopo la morte di ogni divinità. Deliberatamente teatrale nella sua interpretazione, Warrel Dane viene ispirato da una storia che lo ha coinvolto. E il suo impeto appassionato lo possiamo respirare in ogni canzone. Atmosfere gotiche, melodie acide e dissonanze stridenti sono protagoniste tanto quanto i riff furiosi ed intricati o i liquidi arpeggi che fanno di questo album un gioiello unico nella storia dell'heavy metal.
[R.T.]
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Nevermore - Dreaming Neon Black
(Century Media, 1999)

All play dead. A suicide opens wide the doors of desperation and the tragedy destroys every dream about the future and every certainty with whom the past had been built. Impotence facing our frailty. And rage becomes the only, useless, deliverance. Recurring obsessive nightmares amongst delicate moments of solitude with our own ghosts. Dreaming Neon Black is a concept album about self-destruction magnetism after the death of every God. Deliberately theatrical in his interpretation, Warrel Dane is inspired by a story that involved him. And his passionate impetus we can breathe in every song. Gothic atmospheres, acid melodies and grinding dissonances are protagonists as much as furious intricate riffs or liquid arpeggios making this album a unique jewel in heavy metal history.
[R.T.]

lunedì 11 dicembre 2017

Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son


Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son
(Mute, 1990)

Ascoltare un disco di Nick Cave significa ascoltare la storia della sua vita, le sue confessioni più intime, i suoi sogni più profondi. Per Cave, comporre significa venire a patti (o scontrarsi fino a farsi male) con sé stesso e con le proprie metamorfosi. Anche quando Cave non esplicita nelle sue canzoni il parallelo con la sua condizione personale, è sempre evidente quanto essa influenzi il processo creativo. Sul finire degli anni '80, dopo un periodo trascorso nel buco nero della droga, Cave si avvicina alla religione, abbandona Londra e Berlino e si rifugia in Brasile per comporre e registrare. Il Sole sudamericano, l'amore per una donna e una profonda immersione nella fede. Questi sciolgono le tensioni, la rabbia e il nervosismo dei dischi precedenti, liquefacendo le sferragliate rumorose in composizioni profonde e mature in cui archi e pianoforte donano un’inedita delicatezza alla musica oscura del cantautore australiano. La speranza e l’energia che Cave respira a contatto col popolo brasiliano (costretto a convivere con povertà inumana e conflitti sociali intollerabili) ha un potere catartico che lo porterà a donare una luce calda alle sue ballate dark. Attraverso alcuni dei brani più intensi della discografia del cantautore, The Good Son racconta la sua redenzione con profonda umanità, mischiando luce e ombra in una nuova inedita sfumatura.
[R.T.]
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Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son
(Mute, 1990)

Listening to one of Nick Cave albums is listening to the story of his life, his most intimate confessions, his deepest dreams. For Cave, composing means coming to terms (or colliding up to get hurt) with himselves and with his own metamorphosis. Even when Cave does not make explicit in his songs the parallel with his personal condition, it is always evident how much it influences the creative process. In the late 80s, after a period spent in the black hole of drug addiction, Cave approaches religion, leaves London and Berlin and takes refuge in Brazil to compose and record. The South American Sun, the love for a woman and a deep immersion in the faith. These melt the tensions, anger and nervousness of the previous albums, liquefying the noisy clashes in deep and mature compositions in which strings and piano give a new sensitivity to the dark music of the Australian singer-songwriter. The hope and the energy that Cave breathes in contact with Brazilians (people forced to live with inhuman poverty and intolerable social conflicts) has a cathartic power that will lead him to give a warm light to his dark ballads. Through some of the most intense passages of the songwriter's discography, The Good Son tells his redemption with profound humanity, mixing light and shadow in a new and unprecedented nuance.
[R.T.]

venerdì 8 dicembre 2017

Duel - Witchbanger


Duel – Witchbanger 
(Heavy Psych Sounds,2017)

A un solo anno dall'uscita dell'ottimo debut Fears of the Dead, i Duel pubblicano un altro album, degno erede del suo predecessore. Forse non così immediato e trascinante come l'opera prima del quartetto texano, Witchbanger ne riprende formula ed ingredienti, e si rivela come disco il cui impatto cresce progressivamente con il numero di ascolti. Fra canzoni di incredibile tiro (come la titletrack e l’opener Devil) e altre che si imprimono subito nella testa dell'ascoltatore (vedi il ritornello di Astrogipsy), la band di Austin affina il suo stile assestandosi sempre più sul filone hard rock di matrice settantiana (Thin Lizzy e MC5 su tutti), perdendo però qualcosa in psichedelia – componente che ora affiora soltanto a tratti e viene concentrata soprattutto nella finale (stupenda) Tigers and Rainbows. Anche in questo secondo album la voce calda e ruvida di Tom Frank è elemento distintivo della band, così come la sua chitarra – coadiuvata da una gran sezione ritmica - è la struttura fondamentale su cui la sfrenata Gibson di Jeff Henson (ora non più solo produttore della band, come nel primo album) costruisce fraseggi ed assoli che sono l’altro punto di forza di queste 8 canzoni. In soli 12 mesi, un album che è conferma del valore dei Duel. 
[E.R.]
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Duel – Witchbanger
(Heavy Psych Sounds, 2017)

Just one year after the release of the excellent debut Fears of the Dead, Duel release another album, a worthy successor to its predecessor. Perhaps not as immediate and enthralling as the first work of the Texan quartet, Witchbanger uses the same formula and ingredients, revealing itself as a record whose impact grows progressively with the number of plays. With songs of incredible groove (like the titletrack and the opener Devil) and others that get immediately impressed in the head of the listener (just think about the refrain of Astrogipsy), the band from Austin refines his style settling more and more on the 70s hard rock current (Thin Lizzy and MC5 above all), yet losing something in psychedelia - component that now only emerges at times and is concentrated mainly in the final (awesome) Tigers and Rainbows. Also in this second album Tom Frank warm rough voice is a distinctive element of the band, as well as his guitar - together with a great rhythm section - is the fundamental structure on which Jeff Henson (now not only just producer of the band, as in the first album) wild Gibson builds phrasings and solos that are the other point of these 8 songs. In just 12 months, an album that is confirmation of Duel great value.
[E.R.]

mercoledì 6 dicembre 2017

Zu – 23.11.2017 – Deposito Pontecorvo (Pisa)


Zu – 23.11.2017 – Deposito Pontecorvo (Pisa)

Dopo aver amato tanto intensamente, una cocente delusione brucia come un tradimento ed è umano trasformare l’amore in odio. Una seconda possibilità non la si nega a nessuno, però. Soprattutto agli Zu. Un tempo (2005/2006) gli Zu erano il mio gruppo live per eccellenza e collezionavo i loro concerti come figurine. Il loro math rock pattoniano, ipercinetico e nevrotico, via via sempre più rumoroso e tendente ad un noise incontrollato, dal vivo era trascinante ed esaltante. Dei veri animali da palco, che su disco non riuscivano a trasportare quella furia e quella voglia di spostare i confini sempre un po’ più in là, così tipiche dei loro concerti (almeno fino a Carboniferous, l’unico album che a mio parere riesce a cogliere un barlume di quella creatività dirompente). Poi l’addio di Jacopo Battaglia e lo scioglimento. Nel 2014 la band si riforma con Gabe Serbian dei The Locust alla batteria. Torno a vederli dal vivo, con l’aspettativa di chi esce con la vecchia fidanzata dopo tanti anni. La delusione è enorme. Il trio ha abbandonato ritmo e groove in favore di droni stordenti e ossessivi, noise disturbante, e una batteria gelida (per quanto tecnicamente eccelsa). La ex fidanzata era diventata un cesso.

Stasera vengono a farmi visita a due passi da casa. Non posso non concedere loro una seconda possibilità. A maggior ragione perché alla batteria è subentrato Tomas Järmyr (già visto all’opera una ventina di giorni fa, con i Motorpsycho).

Superato lo shock per i volumi mastodontici (soprattutto del sax) che fagocitano la batteria (almeno per un terzo di concerto), mi ritrovo dentro ad una versione industrial, pesantissima, di Red dei King Crimson. Un muro di suono schiacciante in cui si percepiscono i ritmi dei tempi che furono, anche se ora sono diventati pesantissimi, quadrati e gelidi, e si fanno largo a fatica nel magma sonoro. Tecnicamente straordinario, ma lontano anni luce dalla personalità imprevedibile di Battaglia, il tocco quasi prog metal di Järmyr è perfetta rappresentazione degli Zu attuali. Freddi sperimentatori ai confini della sostenibilità uditiva, e non più incontenibili e tumultuosi artisti da palco di centro sociale, in continuo fermento creativo. Una parte dell'energia impetuosa che me li aveva fatti amare sembra riaffiorata e rimodellata verso la pesantezza più estrema, ma troppo presto si inabissa in un oceano di caos che va al di là delle mie capacità di ascolto.

Quando Massimo Pupillo getta il pubblico in balia di un suo assolo di basso delirante e violentissimo, a volume inumano, si percepisce quanto il noise, quello autentico, sia una sfida ad ogni convenzione armonica posseduta dall’ascoltatore. I timpani sono trapanati da ondate di feedback, e costanti bordoni ultrabassi riempiono ogni spazio. Gli Zu non hanno perso la voglia (e la capacità) di spostare i confini oltre i limiti conosciuti, ma a tratti faccio sinceramente fatica a seguire la direzione da loro tracciata.

La mia ex ragazza si è messa a dieta rispetto all’ultima volta, e anche se mi ha assordito nuovamente, ha recuperato una parte del fascino perduto. Ma è troppo tardi per tornarci insieme. Ormai siamo entrambi due entità troppo diverse, difficilmente conciliabili. Conserverò il ricordo del sudore che abbiamo speso insieme, in quei concerti dei tempi dell’Università, con un filo di nostalgia.
[R.T.]

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 Zu – 11.23.2017 – Deposito Pontecorvo (Pisa)

After such an intense love, a scorching disappointment burns like a betrayal and it is human to turn love into hate. A second chance is not denied to anyone, anyway. Especially to Zu. Once upon a time (2005/2006) Zu were my favourite live band, and user to collect their concerts. Their Pattonian, hyperkinetic and neurotic math rock, gradually louder and louder and tending to an uncontrolled noise, was enthralling and exciting, particularly live. Born musicians, on records they were unable to express that fury and that desire to move the boundaries always a bit further, so typical of their concerts (at least till Carboniferous, in my opinion the only album able to catch a glimpse of that disruptive creativity). Then the farewell of Jacopo Battaglia and the dissolution. In 2014 the band reformed with Gabe Serbian of The Locust on drums. I saw them live once again, with the expectation of who meets his ex girlfriend after so many years. The disappointment is gigantic. The trio has abandoned rhythm and groove in favour of stinging and obsessive drones, disturbing noise, and cold (however technically excellent) drums. The ex girlfriend had become a coyote-ugly.

Tonight they come to visit me a few steps from home. I have to grant them a second chance. Especially because now they have a new drummer: Tomas Järmyr (already seen twenty days ago, with Motorpsycho).

Overcome the shock for mammoth volumes (especially the sax) swallowing drums (at least for a third of the concert), I find myself in an industrial, really heavy, version of Red (King Crimson). A wall of overwhelming sound in which you can perceive the rhythms of the past, even if these have become ultra-heavy, squared and cold, and they push through their way with difficulty in the magma of sound. Technically extraordinary but light years away from Battaglia's unpredictable personality, Järmyr's almost prog metal touch is a perfect representation of the current Zu. Cold experimenters on the borders of auditory sustainability, and no longer uncontrollable and tumultuous undergorund artists, in continuous creative ferment. A part of the impetuous energy that had made me love them now seems resurfaced and reshaped towards the most extreme heaviness, but too soon it sinks into an ocean of chaos that goes beyond my listening skills.

When Massimo Pupillo threw the audience at the mercy of one of his raving and hyperviolent solos, at inhuman volume, we perceive how the noise, the authentic one, is a challenge to every harmonic convention possessed by the listener. Eardrums are drilled by waves of feedbacks, and constant ultra-low drones fill every space. Zu have not lost the desire (and the ability) to move the boundaries beyond the known limits, but at times I sincerely struggle to follow the direction they traced. 

My ex girlfriend had been on a diet since last time, and even though she deafened me once again, she recovered some of the lost charm. But it's too late to come back together. Now we are too different entities, difficult to reconcile. I will keep the memory of the sweat that we spent together in those concerts of my University days, with a touch of nostalgia.
[R.T.]

domenica 3 dicembre 2017

Crystal Fairy - Crystal Fairy


Crystal Fairy – Crystal Fairy
(Ipecac Recordings, 2017)

Con il suo tipico senso dell’ironia, Buzz Osborne dice di non concepire chi si limita a lavorare 8 ore al giorno, gettando il resto della giornata in futili passatempo. Per quanto questa sia una delle sue tipiche prese per il culo, è innegabile che Buzz sia uno stakanovista spaventoso. Prima o poi la sua strada doveva incrociarsi con quella di Omar Rodriguez-Lopez, una delle poche persone in grado di stargli alla pari. Questa collaborazione necessita di altri musicisti anfetaminici, a conoscenza dei ritmi di lavoro imposti dai due capelloni con il cespuglio in testa. Ecco che Dale Crover e Teri Gender Bender (Le Butcherettes) entrano in catena di montaggio. In un disco in cui Omar suona il basso come una chitarra, i due Melvins macinano come schiacciasassi e Teri sbraita come una pazza nevrotica, si capisce subito quanto questi quattro siano tutt’altro che semplici operai del rock alternativo obbligati a timbrare un cartellino. La loro passione per ciò che fanno si percepisce dall’energia che sgorga incontenibile da ogni crepa aperta nella struttura delle canzoni, le quali - per quanto diritte e sparate in faccia - sono incapaci di contenere la frenesia di questi musicisti, e suonano costantemente in bilico tra tensione ed esplosione. In particolare la vena lunatica di Teri è perfetta rappresentazione di questi contrasti e, sotto il vestito da isterica riot grrrl, in realtà nasconde un lato perversamente sensuale (quasi dark) oltre che una versione luciferina di Robert Plant. Le melodie, la cui imprevedibilità è merito soprattutto di Teri, hanno quel sapore allucinogeno che si assaggia nel bel mezzo dei sogni (o degli incubi); i riff, massicci e pesanti, possiedono la potenza dei Melvins dell’epoca Houdini e Stoner Witch. Lavorare tanto mantiene giovani. Sempre che, come lavoro, si faccia il rocker.
[R.T.]
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Crystal Fairy – Crystal Fairy
(Ipecac Recordings, 2017)

With his usual sense of irony, Buzz Osborne says he does not conceive the ones who work only 8 hours a day, throwing the rest of the day into a futile hobby. Although this is one of his typical mockery, it is undeniable that Buzz is an incredible workaholic. Sooner or later his path has to cross with Omar Rodriguez-Lopez's one, one of the few people who can keep up with him. This collaboration requires other hyper musicians, aware of the work pace imposed by the two bushy heads. Here Dale Crover and Teri Gender Bender (Le Butcherettes) come into the production line. On a record in which Omar plays the bass as a guitar, the two Melvins grind as a steamroller and Teri screams like a mad neurotic, it is clear that these four are not simple workers of the alternative rock world forced to clock in. The passion for their job is perceived thanks to the energy flowing uncontrollable from any crack in the structure of the songs, which - however direct and explosive - are unable to contain the energy of these musicians and constantly sound in balance between tension and explosion. Particularly, Teri's lunatic mood is a perfect representation of these contrasts, and under the hysterical riott grrrl dress, she actually conceals a perverse sensual (almost dark) side, as well as a luciferin version of Robert Plant. The melodies, whose unpredictability is mainly due to Teri, have that hallucinogenic flavour that is felt in the midst of dreams (or nightmares); massive and heavy riffs own the power of Melvins of Houdini and Stoner Witch era. Working so much keeps young. Well, as a job, you do the rocker.
[R.T.]

giovedì 30 novembre 2017

Nudist - 18.11.2017 - Ganz of Bicchio (Viareggio, LU)

 

Nudist - 18.11.2017 - Ganz of Bicchio (Viareggio, LU) 

Chi l'avrebbe detto che l'alluminio potesse suonare così rovente? Che un riff tagliente come l'acciaio potesse bruciarti la carne e strappartela via come se fosse un morso? Le molte sfumature nascoste dietro il post hardcore rumoroso dei Nudist si manifestano attraverso strumenti ideati e costruiti dal chitarrista della band, in cui alluminio e legno convivono e generano un suono che è sintesi dei contrasti tra le sue componenti. Per questo ibrido metallo/materia organica, non può esistere luogo di espressione più adeguato del Ganz of Bicchio. Il minuscolo locale ricavato da un vecchio magazzino è in grado di racchiudere il freddo dell'underground e il calore di una sala familiare con caminetto, con una potenza di fuoco (sonoro) spaventosa e un bilanciamento sempre equilibrato. E' qui che stasera trovano forma le dissonanze disturbanti del trio fiorentino, capace di far convivere con disinvoltura la furia più bestiale e il calore appassionato della melodia. Controtempo stordenti ma sempre carichi di groove, precisione chirurgica, imprevedibilità ritmica e armonica che tanto ricordano il noise rugginoso degli Unsane e delle band di Steve Albini. Il tutto appesantito secondo il moderno verbo post metal. Alla fine della serata scopro che l'alluminio brucia più del legno.
[R.T.]

 

Nudist - 11.18.2017 - Ganz of Bicchio (Viareggio, LU) 

Who could imagine that aluminum could sound so scorching? That a riff, sharp like steel, could burn your flesh and tear it away as if it was a bite? The many shades hidden behind Nudist noisy post-hardcore reveal themselves through tools designed and built by the band guitarist, in which aluminum and wood coexist and create a sound that is synthesis of the contrasts between its components. For this metal/organic matter hybrid, there can be no more suitable place of expression than Ganz of Bicchio. The tiny club born from the ashes of an old warehouse is able to contain the cold of the underground and the warmth of a family room with fireplace, with a terrific (sonic) firepower and with a very good balance. Here, tonight, the disturbing dissonances of the trio from Florence take form. And here the most bestial fury coexist with the passionate heat of the melody. Stunning controtempo, yet always rich in groove, surgical precision, rhythmic and harmonic unpredictability reminiscent of the rusty noise of Unsane and Steve Albini's bands. The whole made heavier in post-metal style. At the end of the night I discover that aluminum burns more than wood.
[R.T.]
 

martedì 28 novembre 2017

Siena Root – A Dream of Lasting Peace


Siena Root – A Dream of Lasting Peace
(MIG, 2017)

Nonostante il nome, l'hard rock non è per niente rigido. In realtà è plasmabile come l’argilla e, se modellato da mani sapienti, può assumere forme sempre nuove, nonostante gli ingredienti di base siano sempre gli stessi. In tempi recenti il Nord Europa (e in particolare la Svezia) è diventato un vero e proprio laboratorio di manipolazione della materia sonora, che è stata più volte riportata alla sua matrice originaria (il blues) per poi essere ricomposta secondo tecniche consolidate a cavallo tra anni '60 e '70, con risultati sorprendentemente freschi e coinvolgenti. I Siena Root non sono certo gli ultimi arrivati in questa corrente di artisti, e con il loro A Dream of Lasting Peace festeggiano il traguardo del sesto full lenght in studio. Pur provenienti dalla fredda Stoccolma, i cinque musicisti impastano un’argilla blues che possiede il colore caldo della terra di Siena, fatto di canzoni in cui l'organo vince spesso il duello con la chitarra, accennando alla libertà dell’improvvisazione, ma senza mai indebolire l’organicità delle canzoni. Per dare forma alla terra, i cinque utilizzano le loro solide radici, costituite da nodi legnosi in cui si intrecciano il sound dei Deep Purple e quello dei Cream (e di molti altri a loro contemporanei, vedi la copertina ricca di esplicite citazioni). Una settimana lontani dai ritmi frenetici del nuovo millennio, isolati nelle sperdute terre del Nord, per catturare lo spirito di un’epoca lontana nel tempo, impastarne gli ingredienti costitutivi e generare, ancora una volta, splendide canzoni rock. Dimostrazione che anche la roccia è plasmabile.
[R.T.]

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Siena Root – A Dream of Lasting Peace
(MIG, 2017)

In spite of its name, Hard rock is not rigid at all. It is actually mouldable like clay and, if shaped by skilled hands, it can take on ever new shapes, even though the basic ingredients are always the same. In recent times, Northern Europe (in particular Sweden) has become a real lab for manipulation of sound matter, which has been repeatedly bring back to its original matrix (blues), and then rebuilt according to well-established techniques of the 60s and 70s, with surprisingly lively engaging results. Siena Root are certainly not the latest in this path, and with their A Dream of Lasting Peace they celebrate the sixth full length in the studio. Although they come from the cold Stockholm, the five musicians mix a blues clay that has the warm color of the soil from Siena (the English umber), made of songs where the organ often wins the duel with the guitar, hinting at the freedom of improvisation, yet never weakening the organic unity of songs. To give shape to the soil, the five use their solid roots, made up of woody knots where the sound of Deep Purple and Cream (and many others contemporaries, as you can easily realize from the album cover, abounding of explicit quotations) are interwoven. A week away from the chaotic rhythms of the new millennium, isolated in the desolate lands of the North, to capture the spirit of a distant era, mix its constitutive ingredients and create gorgeous rock songs once again. Proof that also rock is mouldable.
[R.T.]