venerdì 20 ottobre 2017

Desertfest Antwerp 2017 - Day 1


Desertfest Antwerp 2017 - Day 1
[Radio Moscow + Lowrider + All Them Witches + Caronte + Kaleidobolt]

E' bello tornare dopo un anno esatto ad un festival che si è tanto amato. Ancora di più se si pensa che il bill di quest'anno supera forse anche quello già incredibile dell'anno scorso. Non parliamo poi del fatto che è stata quasi un'impresa riuscire ad arrivare, e che infatti il primo giorno me lo vedo sostanzialmente da sola, ad eccezione dei Radio Moscow.

Sarà che si chiama Desertfest e forse questo ha la sua influenza, ma c'è da dire che il tempo è bellissimo, fa caldo e a metà ottobre mi ritrovo a camminare verso il Trix con la sola t-shirt ed il sole che mi abbaglia. Mi impossesso del braccialetto prima dell'orario d'ingresso e sono fra i primi ad entrare, con tanto di scoppio di coriandoli ad inaugurare quella che si rivelerà esser una 3 giorni clamorosa.

Mi accaparro subito la t-shirt dell'evento e, birra in mano, mi dirigo verso il giardino ancora semi-vuoto, ma che presto inizia ad affollarsi di appassionati da tutte le parti del mondo. Passaggio radente dal Vulture Stage dove i Kaleidobolt inaugurano il festival con la loro psichedelia progheggiante, con forti tinte anni settanta e l'andamento di una jam, e mi dirigo verso il piano superiore.

La prima band su cui mi concentro sono gli italiani Caronte, che "battezzano" il Canyon Stage con il loro rituale doom, completo anche di "benedizione" con incenso. Con il loro nuovo album - YONI - in uscita imminente, il quartetto parmense mi fa entrare in questo festival nel modo più buio e occulto, attraverso potenti bordate di doom wizardeggiante, da cui si stacca in maniera distintiva la voce potente e ricca di enfasi di Dorian Bones. 

Sono gli All Them Witches, però, a farmi entrare nel cuore di questo festival con le loro vibrazioni ed un tiro incredibile! Psichedelia, space rock, blues ed un tiro da paura. L'ora di concerto della band di Nashville scorre via in un attimo, trascinata dalle ritmiche serrate e - a tratti - frammentate, in cui si inseriscono aperture lisergiche che "stonano" l'ascoltatore anche senza l'ausilio di "additivi". Si è di fronte ad una band capace di fondere insieme le sue molteplici influenze in un'ottica sperimentale, il cui risultato non è la semplice stratificazione delle sue molte anime, bensì un qualcosa di personale e pulsante, che nella dimensione live, ancor più che su disco, rapisce l'ascoltatore. Per me, band del giorno!

Il tempo di una pausa cibo-birra-sigaretta nell'animata area all'aperto, e torno nel buio del Desert Stage per gli svedesi Lowrider. Con un solo album all'attivo (Ode to Io, registrato nel 1999 e rimasterizzato e mandato in stampa proprio quest'anno), il quartetto di Karlstad ha la capacità di surriscaldare il main stage del Trix con il suo stoner rock potente, di diretta discendenza kyussiana, fatto di riff catchy e strofe che si imprimono subito nella mente.

Infine, sempre sul Desert Stage (a cui evidentemente mi sono subito affezionata!), è il turno dei Radio Moscow. Tutta l'energia di una infinita jam session, fatta dei suoni degli anni '60/'70, animata da blues e hard rock da un lato, e da psichedelia - con virate prog - dall'altro. E con una voce calda e potente, ricca di personalità. L'origine californiana di questo power trio si sente tutta, e non manca una strizzatina d'occhio ai suoni del deserto, in quello che in definitiva è un concerto senza pause di riflessione, che corre a rotta di collo attraverso inseguimenti di riffs e improvvisazioni ai limiti dell'assolo. Un gran finale per questa prima giornata!
[E.R.]

 
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Desertfest Antwerp 2017 - Day 1
[Radio Moscow + Lowrider + All Them Witches + Caronte + Kaleidobolt]

It's great to be back after an exact year at a festival that you loved so much. Even more if you think that this bill surpasses even the incredible one of last year. Without mentioning the fact that it was almost a trouble to be able to arrive, and in fact I attend the first day basically alone, with the exception of Radio Moscow.

Maybe because it is called Desertfest and perhaps this has its influence, but the weather is beautiful, it's hot and in mid-October I find myself walking to the Trix with the t-shirt and the sun dazzling me. I took the wristband before the opening hour and I am among the first to enter, with confetti to inaugurate what will turn out to be a glorious 3 days.

I immediately grab up the t-shirt of the event and, beer in my hand, I head toward the still semi-empty garden, that soon begins to get crowded with enthusiasts from all over the world. A passage from the Vulture Stage where Kaleidobolt are inaugurating the festival with their proggy psychedelia, with strong seventies flavours and the taste of a jam, and then I head to the top floor.

The first band I focus on is the Italian Caronte who "baptize" the Canyon Stage with its doom ritual, complete with a "blessing" with incense. With their new album - YONI - in upcoming release, the quartet from Parma makes me enter this festival in the darkest and most occult way, through powerful riffs of Electric Wizard inspired doom, from which Dorian Bones powerful emphatic voice distinctively stands out.

However All Them Witches are the ones to get me into the heart of this festival with their vibrations and their incredible groove! Psychedelia, space rock, blues and amazing riffs. The one hour of concert of the Nashville band runs away in a moment, dragged by the quick compact and - sometimes - fragmented rhythmics, with lysergic openings that "dope" the listener even without the help of "additives". A band able to blend together its many influences with an experimental attitude, the result of which is not the simple stratification of its many souls, but a personal and pushing thing, which in the live dimension, even more than on recordings, bewitches the listener. For me, band of the day!

The time of a food-beer-cigarette break in the lively outdoor area, and back in the Desert Stage for the Swedish Lowrider. With only one album in their career (Ode to Io, recorded in 1999 and remastered and reissued this year), the Karlstad quartet has the ability to overheat Trix main stage with its powerful, direct rock stoner of Kyuss descent, made of catchy riffs and refrains that get immediately imprinted into the mind.

Finally, always on the Desert Stage (which I has become immediately fond of!), is the turn of Radio Moscow. All the energy of an infinite jam session, made of the sounds of the 60s/70s, animated by blues and hard rock on the one hand, and psychedelic - with prog hints - on the other. And with a warm powerful voice, rich in personality. Californian origins of this power trio shows themselves clearly, and there is also a wink at the sounds of the desert, in what is ultimately a concert with no pauses of reflection, which runs at breakneck speed through chases of riffs and improvisations on the edge of solos. A great final for this first day!
[E.R.]

 

giovedì 12 ottobre 2017

House of Broken Promises + Monolith - 03.10.2017 - Ganz Of Bicchio (Viareggio, LU)


House of Broken Promises + Monolith - 03.10.2017 - Ganz Of Bicchio (Viareggio, LU)

I concerti infrasettimanali sono sempre ostici da raggiungere per me che vivo ai margini dei centri della cultura  musicale e della musica dal vivo. Ma per fortuna esistono piccole realtà che vanno contro la tendenza qui imperante, e che mi svoltano la settimana, dandomi l'illusione di essere a Milano, Bologna o Roma.

Questo martedì sera al Ganz Of Bicchio aprono i modenesi Monolith. La potente voce del cantante è la prima cosa che colpisce e cattura l'ascoltatore. Ed è sicuramente un elemento distintivo, nonché un punto di forza della band. Cresciuto a pane, Soundgarden e Chris Cornell, Andrea Marzoli con la sua voce e le sue linee vocali fa risaltare tutta l'attitudine di matrice grunge di una band che si muove non solo a partire da queste radici, ma anche attraverso lo stoner rock e l'hard rock di matrice anni '90. Suoni potenti e riff efficaci per un gran inizio di serata.

E poi House of Broken Promises e ci troviamo di fronte a tre mostri da palcoscenico. Massicci, sfrenati, duri e puri, mischiano abilmente del polveroso e sudato stoner anni '90, con la sfrenatezza di certo hard rock da biker in puro stile anni '80. Nato dalle ceneri degli Unida (Mike Cancino alla batteria e Arthur Seay alla chitarra), questo power trio vibra di tutta la carica dei suoni nati nel cuore desertico della California, resi ancora più accesi dal rombo di una moto lanciata a tutta velocità verso l'ennesimo boccale di birra e la prossima spogliarellista. I tre non risparmiamo né un riff né una goccia di sudore. Si divertono come matti (incredibili le continue smorfie di Arthur Seay, nonché il fantastico siparietto-duetto chitarra/batteria - a suon di frammenti di grandi classici rock - in attesa del ritorno del bassista Joe Mora, finito chissà dove!) e fanno divertire come matti i presenti. E in tutto questo suonano terribilmente bene. Volete qualcosa di più?
[E.R.]


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House of Broken Promises + Monolith - 10.03.2017 - Ganz Of Bicchio (Viareggio, LU)

Midweek concerts are always hard to reach for me living far from the centers of live music. Fortunately there are small venues that go against the prevailing trend, and they enlighten my week, giving me the illusion of being in Milan, Bologna or Rome.

Monolith, from Modena, open this Tuesday evening at Ganz Of Bicchio. The powerful voice of the singer is the first thing that strikes and captures the listener. And it is definitely a distinctive element as well as a strong point of the band. Grown up with Soundgarden and Chris Cornell, Andrea Marzoli with his voice and vocal lines emphasizes all the grunge attitude of a band that moves not only from these roots, but also through stoner rock and 90s hard rock. Powerful sounds and effective riffs for a great start of the evening.

And then House of Broken Promises and we are faced with three monsters of the stage. Massive, unbridled, hard and pure, they  skillfully blend the dusty sweaty stoner of the 90s, with the bravado of certain bikers-hard-rock in pure 80s style. Born from the ashes of Unida (Mike Cancino on drums and Arthur Seay on guitar), this power trio vibrates with all the amazing energy of the sounds born in the desert heart of California, making even more burning thanks to the roar of a motorcycle launched at full speed to the next beer and the next stripper. The three do not spare either a riff or a drop of sweat. They have fun like crazy (incredible Arthur Seay's constant grimace, as well as the fantastic sketch-duet guitar/drum - playing fragments of great rock classics - waiting for bassist Joe Mora return, gone who knows where!) and they let all the audience have fun. And all of while they play terribly well. Do you want something more?
[E.R.]

martedì 10 ottobre 2017

Dead Cross - Dead Cross


Dead Cross - Dead Cross
(Ipecac Recordings, Three One G, 2017)

Giunto alla soglia dei 50 anni, Mike Patton continua a mostrare evidenti sintomi di quella sindrome di Peter Pan che può ormai essere definita incurabile. Quando il suo compagno di giochi (e di  Fantômas) Dave Lombardo lo ha contattato per unirsi a lui nel suo nuovo giocattolo, i Dead Cross, Mike ha nascosto le sue t-shirt hardcore tra i libri di scuola, ed è scappato di casa, zaino in spalla, su uno skateboard, di soppiatto dalla mamma. L'amico Dave lo ha portato sulla cattiva strada presentandogli due compagni di gioco pesantemente dipendenti dalla violenza sonora: Mike Crain e Justin Pearson (quest'ultimo anche bassista dei The Locust). Arrivato in sala prove Mike ha trovato un giocattolo già avviato, con canzoni già pronte, ma si è subito divertito a sostituire le linee vocali composte dal precedente cantante (Gabe Serbian). Così Mike è ricaduto nel vecchio vizio di pestare pesante, come ai tempi della sua collaborazione con i Dillinger Escape Plan. Il risultato di questa gang di teppistelli cresciutelli è un disco folle e ultraviolento nel quale le sghembe e deliranti melodie pattoniane donano una tetra atmosfera da film horror in un chainsaw massacre tipicamente splatter di sfuriate thrash metal e marcissimi riff hardcore. La nebbia plumbea di Bela Lugosi's Dead dei Bauhaus è il momento di "respiro" in un disco che per il resto corre a mille all'ora (straordinaria la prestazione di Lombardo), come un sedicenne con la maglia dei DRI su uno skateboard. Se l'età non consente a Patton grandi acrobazie sullo skate (come dimostra il recente incidente con la tavola), questa non inficia minimamente la sua "giovinezza artistica", degna infatti di un teenager carico di ormoni. Mike si dimostra infatti il perfetto compagno di giochi per i Dead Cross, che si sono divertiti a comporre una musica folle, adrenalinica ed esaltante.
[R.T.]
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Dead Cross - Dead Cross
(Ipecac Recordings, Three One G, 2017)

Almost at the age of 50, Mike Patton continues to show obvious symptoms of Peter Pan's syndrome, which can now be considered incurable. When his playmate (and Fantômas-mate) Dave Lombardo contacted him to join him in his new toy, Dead Cross, Mike hid his hardcore t-shirts among school books and ran away from home, with his backpack, on a skate. His friend Dave led him down a bad road, introducing him to two playmates heavily addicted to sound violence: Mike Crain and Justin Pearson (the latter also bassist of The Locust). Arrived in the rehearsal room Mike found an already launched toy, with songs already written, but he immediately enjoyed replacing the vocal lines composed by the former singer (Gabe Serbian). So Mike has fallen again into the old habit of ultra heaviness like at the time of his collaboration with Dillinger Escape Plan. The result of this gang is a crazy and ultra-violent album, in which Patton crooked and delirious melodies give a horror movie gloomy atmosphere to a typically splatter chainsaw massacre made of thrash metal angry outbursts and super-rotten hardcore riffs. The plumbee mist  of Bauhaus' Bela Lugosi's Dead is the only moment to "have a breathe" in a record that runs a thousand per hour (extraordinary performance of Lombardo), like a teenage with the DRI t-shirt on a skate. If age does not allow Patton big tricks on the skateboard (as his recent skate accident shows), this does not affect his "artistic youth", which is worthy of a teen full with hormones. Mike is the perfect playmate for Dead Cross, who had fun composing crazy, fast-paced and exalting music.
[R.T.]

domenica 8 ottobre 2017

1000 Mods - Repeated Exposure To...


1000 Mods - Repeated Exposure To...
(Ouga Booga And The Mighty Oug Recordings, 2016)

Ecco dalla Grecia una nuova edizione aggiornata del dizionario della musica heavy. Alla definizione di "Stoner rock" leggiamo "riff pesanti e rotondi come il culo di un elefante, con un groove da corsa in macchina (decapottabile) sotto il Sole cocente del deserto Californiano, suoni sabbiosi e fumo di marijuana a pieni polmoni". Questa definizione minuziosa e calzante del genere è messa in musica da un quartetto del Peloponneso che dimostra di conoscere molto bene l'argomento trattato. I 1000 Mods hanno studiato con attenzione la lezione dei maestri (principalmente quanto lasciato in eredità dai Kyuss) e compongono un disco straordinariamente avvincente per quanto esplicitamente di genere. Il segreto per creare grandi canzoni, anche se profondamente circoscritte ad uno stile saturo come lo stoner, sta nella semplicità. "Riff travolgenti, melodie orecchiabili, rallentamenti possenti alternati ad esaltanti accelerazioni, distorsioni grasse e volumi mastodontici". Questo è tutto ciò di cui necessita un disco stoner, secondo la definizione del dizionario heavy pubblicato in Grecia. I 1000 Mods ne hanno afferrato il senso in pieno, mettendolo in pratica con questo album!
[R.T.]
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1000 Mods - Repeated Exposure To...
(Ouga Booga And The Mighty Oug Recordings, 2016)

Here is from Greece an updated new edition of the heavy music dictionary. At the definition of "Stoner rock" we read "heavy riffs round like the ass of an elephant, with the groove of a car race under the burning Sun of the Californian desert, sandy sounds and lungs saturated with marijuana smoke". This meticulous and fitting definition of the genre is put into music by a Peloponnesian quartet that proves to know the subject very well. 1000 Mods carefully studied the lessons of the masters (mostly what was left in the legacy of Kyuss) and so they compose an extraordinarily engaging yet explicitly genre-related record. The secret to creating great songs, though deeply circumscribed in a saturated style like stoner, lies in simplicity. "Overwhelming riffs, catchy melodies, powerful slowdowns alternating with exciting accelerations, fat distortions and mastodontic volumes." This is all you need for a stoner album, according to the definition of the heavy dictionary published in Greece. 1000 Mods understood it in full, putting it into practice with this album!
[R.T.]

giovedì 5 ottobre 2017

The Obsessed - Sacred


The Obsessed – Sacred
(Relapse Records, 2017)

Al di là dell’Oceano, lontano dalle brughiere nebbiose e dai cimiteri celtici britannici, oltre che dai selvaggi paesaggi del Nord Europa, il doom metal ha piantato radici nei bassifondi delle metropoli americane grazie a personaggi come Scott “Wino” Weinrich. Vera e propria icona dell’heavy metal più sulfureo fin dalla seconda metà degli 70, Wino è americano fino al midollo, al punto da aver trasmesso ad ogni suo progetto una precisa personalità a stelle e strisce. Nel 2017, con l’aiuto di alcuni suoi compagni degli Spirit Caravan, Wino resuscita (nuovamente, dopo i concerti reunion di qualche anno fa) uno dei suoi gruppi culto, gli Obsessed, e incide un disco che non sarebbe potuto nascere in nessun altro luogo se non nel Nuovo Mondo. Sacred è hard rock tracotante - tanto pieno di sé, quanto pieno di distorsioni grasse, ottimi riff e ritornelli orecchiabili. Wino è la faccia oscura e tenebrosa del classico rocker americano d’annata (alla Lemmy). Una voce sporca e vissuta, nella quale convivono l’anima del motociclista tamarro e la profondità espressiva del crooner. E anche la sua chitarra contrappone esibizionismo adrenalinico e velata oscurità. In Sacred Wino non ha alcuna intenzione di rinnovare il proprio stile, né di ringiovanire un genere perfettamente canonizzato come il doom classico. Vuole invece omaggiarlo (basti pensare al fatto che Sodden Jackal, splendido brano d’apertura, è il rifacimento della prima canzone dell’EP d’esordio), ancorandolo ancor di più alle sue radici settantiane (la cover di It’s Only Money dei Thin Lizzy rende esplicito ciò che è comunque evidente in tutto l’album). Sacred è un omaggio sincero all’odore di alcol e smog nebbioso che satura le periferie statunitensi - da sempre fonte d'ispirazione per Wino ancor più dei paesaggi solitari e dei cimiteri.
[R.T.]

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The Obsessed – Sacred
(Relapse Records, 2017)

Beyond the Ocean, far from foggy moors and British Celtic cemeteries, as well as far from the wild landscapes of Northern Europe, doom metal has planted its roots in the slums of American metropolis thanks to characters like Scott "Wino" Weinrich. Icon of the most sulphurous heavy metal since the second half of the 70s, Wino is American to the marrow, to the point of instilling a specific star and strip personality to all of his projects. In 2017, with the help of some of his Spirit Caravan buddies, Wino resurrects (again, after some reunion shows a few years ago) one of his cult bands, the Obsessed, and records an album that could not be born in any other place other than in the New World. Sacred is "arrogant" hard rock - so full of itself, as full of fat distortions, excellent riffs and catchy refrains. Wino is the obscure and disturbing face of the classic American vintage rocker (as Lemmy was). A dirty veteran voice in which the soul of the motorcyclist and the expressive depth of the crooner coexist. And also his guitar contrasts adrenaline-filled exhibitionism and veiled obscurity. In Sacred Wino has no intention of renewing his own style or rejuvenating a genuinely canonized genre such as the classic doom. Indeed he wants to honour it (just think that Sodden Jackal, amazing opening song, is the remake of the first song of the debut EP), anchoring it even more to its 70s roots (the cover of It's Only Money by Thin Lizzy makes explicit what is clear throughout the album). Sacred is a sincere homage to the smell of alcohol and foggy smog saturating US suburbs - constant source of inspiration for Wino even more than the lonely landscapes and cemeteries.
[R.T.]

lunedì 2 ottobre 2017

Depeche Mode - Violator


Depeche Mode - Violator
(1990, Mute)

Simbolo della musica degli anni '80, il synth pop raggiunge uno dei suoi massimi apici all'alba della nuova decade con il settimo album dei Depeche Mode. Giusto un attimo prima che il suono delle chitarre distorte spazzi via l'intero genere. Intimo e misterioso, Violator mette al bando gli eccessi romantici e si tuffa nella musica introspettiva della nuova era. Grazie all'abile rifinitura del suono realizzata da Flood, Violator proietta i Depeche Mode nel futuro, al tempo stesso connettendoli con i loro antenati (ad esempio "Heroes" di David Bowie). Un flusso oscuro che scivola in perfetto equilibrio fra melodie immediate, arrangiamenti complessi, ritmiche che creano dipendenza e atmosfere affascinanti. Se dovessimo trovare che cosa ha ucciso i suoni sintetici degli anni '80, probabilmente scopriremmo che non è stato solo il rock alternativo, ma anche l'abissale profondità di Violator.
[R.T.]

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Depeche Mode - Violator
(1990, Mute)

Symbol of 80s music, synth pop reaches one of its highest peaks at the dawn of the new decade with the seventh Depeche Mode album. Just a moment before the sound of distorted guitars sweeps away the entire genre. Intimate and mysterious, Violator bans romantic excesses and dives into introspective music of the new era. Thanks to skillful sound finish realized by Flood, Violator projects Depeche Mode into the future, while connecting them to their ancestors ("Heroes" by David Bowie, for example). A dark flow sliding in perfect equilibrium among immediate melodies, complex arrangements, addictive rhythmic and charming atmospheres. If we had to find the killer of synthetic 80s sounds, maybe we would discover that it was not only alternative rock, but also the abyssal depth of Violator.
[R.T.]

sabato 30 settembre 2017

Pontiak - Dialectic of Ignorance


Pontiak - Dialectic of Ignorance
(Thrill Jockey, 2017)

Tre fratelli che vivono e lavorano in una fattoria, nel cuore della Virginia, sulle Blue Ridge Mountains.  Lontani dal caos delle grandi città, concentrati sulla produzione di birre artigianali e su lunghe jam session psichedeliche nello studio casalingo. Praticamente una puntata de La casa nella prateria, con i dischi di Neil Young al posto delle preghiere davanti ad una tavola imbandita. La saga familiare dei fratelli Carney raggiunge, con Dialectic of Ignorance, l'ottava puntata in full length. Come la famiglia Ingalls della serie televisiva (e, prima ancora, del romanzo), anche quella Carney deve affrontare il lato oscuro della vita rurale per mantenere l'idilliaca e bucolica situazione familiare. In questo episodio i tre barbuti americani intraprendono infatti un viaggio attraverso paesaggi nebbiosi e sperduti, abitati soltanto dai fantasmi dei pellerossa. La musica scorre placida, ad un ritmo rallentato che i nostri sensi di cittadini non sono abituati a percepire (se non sotto l'effetto di qualche sostanza). Riff ossessivi e carichi di fuzz si ripetono circolari mentre il ritmo scorre morbido e avvolgente, dilatando le melodie. Nella foschia lisergica si aprono squarci melodici di grande pace e luminosità (gli intrecci di voci sussurrate) ai limiti dello shoegaze. Ma la sensazione di stordimento e vaga inquietudine per ciò che non riusciamo a vedere, al di là dell'orizzonte, dimostra quanto questo sia un disco tutt'altro che di genere. Dallo slow stoner di Herb Is My Next Door Neighbor all'oscurità post punk di We've Fucked This Up, attraversiamo continuamente nuovi paesaggi, nelle sterminate terre selvagge americane, utilizzando sempre sentieri poco battuti. Auguriamoci che questa saga, come quella degli Ingalls, continui per altri 200 episodi.
[R.T.]

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Pontiak - Dialectic of Ignorance
(Thrill Jockey, 2017)

Three brothers living and working in a farm in the heart of Virginia on the Blue Ridge Mountains. Far from the chaos of the big cities, focused on the production of handcrafted beers and on long psychedelic jam sessions in the homemade studio. Almost one episode of Little House on the Prairie, with Neil Young albums instead of prayers in front of a table laden with food. With Dialectic of Ignorance, Carney brothers family saga reaches the eighth full-length episode. Like Ingalls family of the tv series (and of the novel, before), also Carney family must face the dark side of rural life to keep their idyllic and bucolic way of life. In this episode, the three bearded Americans take a journey through misty and isolated landscapes, inhabited only by the ghosts of the Native Americans. The music runs smoothly at a slow pace that our senses of citizens are not used to perceive (unless under the influence of certain substances). Obsessive riffs, rich in fuzz, repeat themselves circularly while the rhythm flows soft and enveloping, expanding melodies. In the psychedelic mist, melodic breaks of great peace and brightness (the interweavings of whispered voices) of shoegaze taste. But the feeling of stunning and weird anxiety about what we can not see, beyond the horizon, shows how much this is an album far from the stereotypes of musical genres. From the slow stoner of Herb Is My Next Door Neighbor to the post punk darkness of We've Fucked This Up, we're continually crossing new landscapes in the endless American wilderness, always using scarcely traced paths. Let's hope this saga, like that of the Ingalls, will continue for another 200 episodes.
[R.T.]