venerdì 20 ottobre 2017

Desertfest Antwerp 2017 - Day 1


Desertfest Antwerp 2017 - Day 1
[Radio Moscow + Lowrider + All Them Witches + Caronte + Kaleidobolt]

E' bello tornare dopo un anno esatto ad un festival che si è tanto amato. Ancora di più se si pensa che il bill di quest'anno supera forse anche quello già incredibile dell'anno scorso. Non parliamo poi del fatto che è stata quasi un'impresa riuscire ad arrivare, e che infatti il primo giorno me lo vedo sostanzialmente da sola, ad eccezione dei Radio Moscow.

Sarà che si chiama Desertfest e forse questo ha la sua influenza, ma c'è da dire che il tempo è bellissimo, fa caldo e a metà ottobre mi ritrovo a camminare verso il Trix con la sola t-shirt ed il sole che mi abbaglia. Mi impossesso del braccialetto prima dell'orario d'ingresso e sono fra i primi ad entrare, con tanto di scoppio di coriandoli ad inaugurare quella che si rivelerà esser una 3 giorni clamorosa.

Mi accaparro subito la t-shirt dell'evento e, birra in mano, mi dirigo verso il giardino ancora semi-vuoto, ma che presto inizia ad affollarsi di appassionati da tutte le parti del mondo. Passaggio radente dal Vulture Stage dove i Kaleidobolt inaugurano il festival con la loro psichedelia progheggiante, con forti tinte anni settanta e l'andamento di una jam, e mi dirigo verso il piano superiore.

La prima band su cui mi concentro sono gli italiani Caronte, che "battezzano" il Canyon Stage con il loro rituale doom, completo anche di "benedizione" con incenso. Con il loro nuovo album - YONI - in uscita imminente, il quartetto parmense mi fa entrare in questo festival nel modo più buio e occulto, attraverso potenti bordate di doom wizardeggiante, da cui si stacca in maniera distintiva la voce potente e ricca di enfasi di Dorian Bones. 

Sono gli All Them Witches, però, a farmi entrare nel cuore di questo festival con le loro vibrazioni ed un tiro incredibile! Psichedelia, space rock, blues ed un tiro da paura. L'ora di concerto della band di Nashville scorre via in un attimo, trascinata dalle ritmiche serrate e - a tratti - frammentate, in cui si inseriscono aperture lisergiche che "stonano" l'ascoltatore anche senza l'ausilio di "additivi". Si è di fronte ad una band capace di fondere insieme le sue molteplici influenze in un'ottica sperimentale, il cui risultato non è la semplice stratificazione delle sue molte anime, bensì un qualcosa di personale e pulsante, che nella dimensione live, ancor più che su disco, rapisce l'ascoltatore. Per me, band del giorno!

Il tempo di una pausa cibo-birra-sigaretta nell'animata area all'aperto, e torno nel buio del Desert Stage per gli svedesi Lowrider. Con un solo album all'attivo (Ode to Io, registrato nel 1999 e rimasterizzato e mandato in stampa proprio quest'anno), il quartetto di Karlstad ha la capacità di surriscaldare il main stage del Trix con il suo stoner rock potente, di diretta discendenza kyussiana, fatto di riff catchy e strofe che si imprimono subito nella mente.

Infine, sempre sul Desert Stage (a cui evidentemente mi sono subito affezionata!), è il turno dei Radio Moscow. Tutta l'energia di una infinita jam session, fatta dei suoni degli anni '60/'70, animata da blues e hard rock da un lato, e da psichedelia - con virate prog - dall'altro. E con una voce calda e potente, ricca di personalità. L'origine californiana di questo power trio si sente tutta, e non manca una strizzatina d'occhio ai suoni del deserto, in quello che in definitiva è un concerto senza pause di riflessione, che corre a rotta di collo attraverso inseguimenti di riffs e improvvisazioni ai limiti dell'assolo. Un gran finale per questa prima giornata!
[E.R.]

 
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Desertfest Antwerp 2017 - Day 1
[Radio Moscow + Lowrider + All Them Witches + Caronte + Kaleidobolt]

It's great to be back after an exact year at a festival that you loved so much. Even more if you think that this bill surpasses even the incredible one of last year. Without mentioning the fact that it was almost a trouble to be able to arrive, and in fact I attend the first day basically alone, with the exception of Radio Moscow.

Maybe because it is called Desertfest and perhaps this has its influence, but the weather is beautiful, it's hot and in mid-October I find myself walking to the Trix with the t-shirt and the sun dazzling me. I took the wristband before the opening hour and I am among the first to enter, with confetti to inaugurate what will turn out to be a glorious 3 days.

I immediately grab up the t-shirt of the event and, beer in my hand, I head toward the still semi-empty garden, that soon begins to get crowded with enthusiasts from all over the world. A passage from the Vulture Stage where Kaleidobolt are inaugurating the festival with their proggy psychedelia, with strong seventies flavours and the taste of a jam, and then I head to the top floor.

The first band I focus on is the Italian Caronte who "baptize" the Canyon Stage with its doom ritual, complete with a "blessing" with incense. With their new album - YONI - in upcoming release, the quartet from Parma makes me enter this festival in the darkest and most occult way, through powerful riffs of Electric Wizard inspired doom, from which Dorian Bones powerful emphatic voice distinctively stands out.

However All Them Witches are the ones to get me into the heart of this festival with their vibrations and their incredible groove! Psychedelia, space rock, blues and amazing riffs. The one hour of concert of the Nashville band runs away in a moment, dragged by the quick compact and - sometimes - fragmented rhythmics, with lysergic openings that "dope" the listener even without the help of "additives". A band able to blend together its many influences with an experimental attitude, the result of which is not the simple stratification of its many souls, but a personal and pushing thing, which in the live dimension, even more than on recordings, bewitches the listener. For me, band of the day!

The time of a food-beer-cigarette break in the lively outdoor area, and back in the Desert Stage for the Swedish Lowrider. With only one album in their career (Ode to Io, recorded in 1999 and remastered and reissued this year), the Karlstad quartet has the ability to overheat Trix main stage with its powerful, direct rock stoner of Kyuss descent, made of catchy riffs and refrains that get immediately imprinted into the mind.

Finally, always on the Desert Stage (which I has become immediately fond of!), is the turn of Radio Moscow. All the energy of an infinite jam session, made of the sounds of the 60s/70s, animated by blues and hard rock on the one hand, and psychedelic - with prog hints - on the other. And with a warm powerful voice, rich in personality. Californian origins of this power trio shows themselves clearly, and there is also a wink at the sounds of the desert, in what is ultimately a concert with no pauses of reflection, which runs at breakneck speed through chases of riffs and improvisations on the edge of solos. A great final for this first day!
[E.R.]

 

giovedì 12 ottobre 2017

House of Broken Promises + Monolith - 03.10.2017 - Ganz Of Bicchio (Viareggio, LU)


House of Broken Promises + Monolith - 03.10.2017 - Ganz Of Bicchio (Viareggio, LU)

I concerti infrasettimanali sono sempre ostici da raggiungere per me che vivo ai margini dei centri della cultura  musicale e della musica dal vivo. Ma per fortuna esistono piccole realtà che vanno contro la tendenza qui imperante, e che mi svoltano la settimana, dandomi l'illusione di essere a Milano, Bologna o Roma.

Questo martedì sera al Ganz Of Bicchio aprono i modenesi Monolith. La potente voce del cantante è la prima cosa che colpisce e cattura l'ascoltatore. Ed è sicuramente un elemento distintivo, nonché un punto di forza della band. Cresciuto a pane, Soundgarden e Chris Cornell, Andrea Marzoli con la sua voce e le sue linee vocali fa risaltare tutta l'attitudine di matrice grunge di una band che si muove non solo a partire da queste radici, ma anche attraverso lo stoner rock e l'hard rock di matrice anni '90. Suoni potenti e riff efficaci per un gran inizio di serata.

E poi House of Broken Promises e ci troviamo di fronte a tre mostri da palcoscenico. Massicci, sfrenati, duri e puri, mischiano abilmente del polveroso e sudato stoner anni '90, con la sfrenatezza di certo hard rock da biker in puro stile anni '80. Nato dalle ceneri degli Unida (Mike Cancino alla batteria e Arthur Seay alla chitarra), questo power trio vibra di tutta la carica dei suoni nati nel cuore desertico della California, resi ancora più accesi dal rombo di una moto lanciata a tutta velocità verso l'ennesimo boccale di birra e la prossima spogliarellista. I tre non risparmiamo né un riff né una goccia di sudore. Si divertono come matti (incredibili le continue smorfie di Arthur Seay, nonché il fantastico siparietto-duetto chitarra/batteria - a suon di frammenti di grandi classici rock - in attesa del ritorno del bassista Joe Mora, finito chissà dove!) e fanno divertire come matti i presenti. E in tutto questo suonano terribilmente bene. Volete qualcosa di più?
[E.R.]


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House of Broken Promises + Monolith - 10.03.2017 - Ganz Of Bicchio (Viareggio, LU)

Midweek concerts are always hard to reach for me living far from the centers of live music. Fortunately there are small venues that go against the prevailing trend, and they enlighten my week, giving me the illusion of being in Milan, Bologna or Rome.

Monolith, from Modena, open this Tuesday evening at Ganz Of Bicchio. The powerful voice of the singer is the first thing that strikes and captures the listener. And it is definitely a distinctive element as well as a strong point of the band. Grown up with Soundgarden and Chris Cornell, Andrea Marzoli with his voice and vocal lines emphasizes all the grunge attitude of a band that moves not only from these roots, but also through stoner rock and 90s hard rock. Powerful sounds and effective riffs for a great start of the evening.

And then House of Broken Promises and we are faced with three monsters of the stage. Massive, unbridled, hard and pure, they  skillfully blend the dusty sweaty stoner of the 90s, with the bravado of certain bikers-hard-rock in pure 80s style. Born from the ashes of Unida (Mike Cancino on drums and Arthur Seay on guitar), this power trio vibrates with all the amazing energy of the sounds born in the desert heart of California, making even more burning thanks to the roar of a motorcycle launched at full speed to the next beer and the next stripper. The three do not spare either a riff or a drop of sweat. They have fun like crazy (incredible Arthur Seay's constant grimace, as well as the fantastic sketch-duet guitar/drum - playing fragments of great rock classics - waiting for bassist Joe Mora return, gone who knows where!) and they let all the audience have fun. And all of while they play terribly well. Do you want something more?
[E.R.]

martedì 10 ottobre 2017

Dead Cross - Dead Cross


Dead Cross - Dead Cross
(Ipecac Recordings, Three One G, 2017)

Giunto alla soglia dei 50 anni, Mike Patton continua a mostrare evidenti sintomi di quella sindrome di Peter Pan che può ormai essere definita incurabile. Quando il suo compagno di giochi (e di  Fantômas) Dave Lombardo lo ha contattato per unirsi a lui nel suo nuovo giocattolo, i Dead Cross, Mike ha nascosto le sue t-shirt hardcore tra i libri di scuola, ed è scappato di casa, zaino in spalla, su uno skateboard, di soppiatto dalla mamma. L'amico Dave lo ha portato sulla cattiva strada presentandogli due compagni di gioco pesantemente dipendenti dalla violenza sonora: Mike Crain e Justin Pearson (quest'ultimo anche bassista dei The Locust). Arrivato in sala prove Mike ha trovato un giocattolo già avviato, con canzoni già pronte, ma si è subito divertito a sostituire le linee vocali composte dal precedente cantante (Gabe Serbian). Così Mike è ricaduto nel vecchio vizio di pestare pesante, come ai tempi della sua collaborazione con i Dillinger Escape Plan. Il risultato di questa gang di teppistelli cresciutelli è un disco folle e ultraviolento nel quale le sghembe e deliranti melodie pattoniane donano una tetra atmosfera da film horror in un chainsaw massacre tipicamente splatter di sfuriate thrash metal e marcissimi riff hardcore. La nebbia plumbea di Bela Lugosi's Dead dei Bauhaus è il momento di "respiro" in un disco che per il resto corre a mille all'ora (straordinaria la prestazione di Lombardo), come un sedicenne con la maglia dei DRI su uno skateboard. Se l'età non consente a Patton grandi acrobazie sullo skate (come dimostra il recente incidente con la tavola), questa non inficia minimamente la sua "giovinezza artistica", degna infatti di un teenager carico di ormoni. Mike si dimostra infatti il perfetto compagno di giochi per i Dead Cross, che si sono divertiti a comporre una musica folle, adrenalinica ed esaltante.
[R.T.]
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Dead Cross - Dead Cross
(Ipecac Recordings, Three One G, 2017)

Almost at the age of 50, Mike Patton continues to show obvious symptoms of Peter Pan's syndrome, which can now be considered incurable. When his playmate (and Fantômas-mate) Dave Lombardo contacted him to join him in his new toy, Dead Cross, Mike hid his hardcore t-shirts among school books and ran away from home, with his backpack, on a skate. His friend Dave led him down a bad road, introducing him to two playmates heavily addicted to sound violence: Mike Crain and Justin Pearson (the latter also bassist of The Locust). Arrived in the rehearsal room Mike found an already launched toy, with songs already written, but he immediately enjoyed replacing the vocal lines composed by the former singer (Gabe Serbian). So Mike has fallen again into the old habit of ultra heaviness like at the time of his collaboration with Dillinger Escape Plan. The result of this gang is a crazy and ultra-violent album, in which Patton crooked and delirious melodies give a horror movie gloomy atmosphere to a typically splatter chainsaw massacre made of thrash metal angry outbursts and super-rotten hardcore riffs. The plumbee mist  of Bauhaus' Bela Lugosi's Dead is the only moment to "have a breathe" in a record that runs a thousand per hour (extraordinary performance of Lombardo), like a teenage with the DRI t-shirt on a skate. If age does not allow Patton big tricks on the skateboard (as his recent skate accident shows), this does not affect his "artistic youth", which is worthy of a teen full with hormones. Mike is the perfect playmate for Dead Cross, who had fun composing crazy, fast-paced and exalting music.
[R.T.]

domenica 8 ottobre 2017

1000 Mods - Repeated Exposure To...


1000 Mods - Repeated Exposure To...
(Ouga Booga And The Mighty Oug Recordings, 2016)

Ecco dalla Grecia una nuova edizione aggiornata del dizionario della musica heavy. Alla definizione di "Stoner rock" leggiamo "riff pesanti e rotondi come il culo di un elefante, con un groove da corsa in macchina (decapottabile) sotto il Sole cocente del deserto Californiano, suoni sabbiosi e fumo di marijuana a pieni polmoni". Questa definizione minuziosa e calzante del genere è messa in musica da un quartetto del Peloponneso che dimostra di conoscere molto bene l'argomento trattato. I 1000 Mods hanno studiato con attenzione la lezione dei maestri (principalmente quanto lasciato in eredità dai Kyuss) e compongono un disco straordinariamente avvincente per quanto esplicitamente di genere. Il segreto per creare grandi canzoni, anche se profondamente circoscritte ad uno stile saturo come lo stoner, sta nella semplicità. "Riff travolgenti, melodie orecchiabili, rallentamenti possenti alternati ad esaltanti accelerazioni, distorsioni grasse e volumi mastodontici". Questo è tutto ciò di cui necessita un disco stoner, secondo la definizione del dizionario heavy pubblicato in Grecia. I 1000 Mods ne hanno afferrato il senso in pieno, mettendolo in pratica con questo album!
[R.T.]
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1000 Mods - Repeated Exposure To...
(Ouga Booga And The Mighty Oug Recordings, 2016)

Here is from Greece an updated new edition of the heavy music dictionary. At the definition of "Stoner rock" we read "heavy riffs round like the ass of an elephant, with the groove of a car race under the burning Sun of the Californian desert, sandy sounds and lungs saturated with marijuana smoke". This meticulous and fitting definition of the genre is put into music by a Peloponnesian quartet that proves to know the subject very well. 1000 Mods carefully studied the lessons of the masters (mostly what was left in the legacy of Kyuss) and so they compose an extraordinarily engaging yet explicitly genre-related record. The secret to creating great songs, though deeply circumscribed in a saturated style like stoner, lies in simplicity. "Overwhelming riffs, catchy melodies, powerful slowdowns alternating with exciting accelerations, fat distortions and mastodontic volumes." This is all you need for a stoner album, according to the definition of the heavy dictionary published in Greece. 1000 Mods understood it in full, putting it into practice with this album!
[R.T.]

giovedì 5 ottobre 2017

The Obsessed - Sacred


The Obsessed – Sacred
(Relapse Records, 2017)

Al di là dell’Oceano, lontano dalle brughiere nebbiose e dai cimiteri celtici britannici, oltre che dai selvaggi paesaggi del Nord Europa, il doom metal ha piantato radici nei bassifondi delle metropoli americane grazie a personaggi come Scott “Wino” Weinrich. Vera e propria icona dell’heavy metal più sulfureo fin dalla seconda metà degli 70, Wino è americano fino al midollo, al punto da aver trasmesso ad ogni suo progetto una precisa personalità a stelle e strisce. Nel 2017, con l’aiuto di alcuni suoi compagni degli Spirit Caravan, Wino resuscita (nuovamente, dopo i concerti reunion di qualche anno fa) uno dei suoi gruppi culto, gli Obsessed, e incide un disco che non sarebbe potuto nascere in nessun altro luogo se non nel Nuovo Mondo. Sacred è hard rock tracotante - tanto pieno di sé, quanto pieno di distorsioni grasse, ottimi riff e ritornelli orecchiabili. Wino è la faccia oscura e tenebrosa del classico rocker americano d’annata (alla Lemmy). Una voce sporca e vissuta, nella quale convivono l’anima del motociclista tamarro e la profondità espressiva del crooner. E anche la sua chitarra contrappone esibizionismo adrenalinico e velata oscurità. In Sacred Wino non ha alcuna intenzione di rinnovare il proprio stile, né di ringiovanire un genere perfettamente canonizzato come il doom classico. Vuole invece omaggiarlo (basti pensare al fatto che Sodden Jackal, splendido brano d’apertura, è il rifacimento della prima canzone dell’EP d’esordio), ancorandolo ancor di più alle sue radici settantiane (la cover di It’s Only Money dei Thin Lizzy rende esplicito ciò che è comunque evidente in tutto l’album). Sacred è un omaggio sincero all’odore di alcol e smog nebbioso che satura le periferie statunitensi - da sempre fonte d'ispirazione per Wino ancor più dei paesaggi solitari e dei cimiteri.
[R.T.]

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The Obsessed – Sacred
(Relapse Records, 2017)

Beyond the Ocean, far from foggy moors and British Celtic cemeteries, as well as far from the wild landscapes of Northern Europe, doom metal has planted its roots in the slums of American metropolis thanks to characters like Scott "Wino" Weinrich. Icon of the most sulphurous heavy metal since the second half of the 70s, Wino is American to the marrow, to the point of instilling a specific star and strip personality to all of his projects. In 2017, with the help of some of his Spirit Caravan buddies, Wino resurrects (again, after some reunion shows a few years ago) one of his cult bands, the Obsessed, and records an album that could not be born in any other place other than in the New World. Sacred is "arrogant" hard rock - so full of itself, as full of fat distortions, excellent riffs and catchy refrains. Wino is the obscure and disturbing face of the classic American vintage rocker (as Lemmy was). A dirty veteran voice in which the soul of the motorcyclist and the expressive depth of the crooner coexist. And also his guitar contrasts adrenaline-filled exhibitionism and veiled obscurity. In Sacred Wino has no intention of renewing his own style or rejuvenating a genuinely canonized genre such as the classic doom. Indeed he wants to honour it (just think that Sodden Jackal, amazing opening song, is the remake of the first song of the debut EP), anchoring it even more to its 70s roots (the cover of It's Only Money by Thin Lizzy makes explicit what is clear throughout the album). Sacred is a sincere homage to the smell of alcohol and foggy smog saturating US suburbs - constant source of inspiration for Wino even more than the lonely landscapes and cemeteries.
[R.T.]

lunedì 2 ottobre 2017

Depeche Mode - Violator


Depeche Mode - Violator
(1990, Mute)

Simbolo della musica degli anni '80, il synth pop raggiunge uno dei suoi massimi apici all'alba della nuova decade con il settimo album dei Depeche Mode. Giusto un attimo prima che il suono delle chitarre distorte spazzi via l'intero genere. Intimo e misterioso, Violator mette al bando gli eccessi romantici e si tuffa nella musica introspettiva della nuova era. Grazie all'abile rifinitura del suono realizzata da Flood, Violator proietta i Depeche Mode nel futuro, al tempo stesso connettendoli con i loro antenati (ad esempio "Heroes" di David Bowie). Un flusso oscuro che scivola in perfetto equilibrio fra melodie immediate, arrangiamenti complessi, ritmiche che creano dipendenza e atmosfere affascinanti. Se dovessimo trovare che cosa ha ucciso i suoni sintetici degli anni '80, probabilmente scopriremmo che non è stato solo il rock alternativo, ma anche l'abissale profondità di Violator.
[R.T.]

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Depeche Mode - Violator
(1990, Mute)

Symbol of 80s music, synth pop reaches one of its highest peaks at the dawn of the new decade with the seventh Depeche Mode album. Just a moment before the sound of distorted guitars sweeps away the entire genre. Intimate and mysterious, Violator bans romantic excesses and dives into introspective music of the new era. Thanks to skillful sound finish realized by Flood, Violator projects Depeche Mode into the future, while connecting them to their ancestors ("Heroes" by David Bowie, for example). A dark flow sliding in perfect equilibrium among immediate melodies, complex arrangements, addictive rhythmic and charming atmospheres. If we had to find the killer of synthetic 80s sounds, maybe we would discover that it was not only alternative rock, but also the abyssal depth of Violator.
[R.T.]

sabato 30 settembre 2017

Pontiak - Dialectic of Ignorance


Pontiak - Dialectic of Ignorance
(Thrill Jockey, 2017)

Tre fratelli che vivono e lavorano in una fattoria, nel cuore della Virginia, sulle Blue Ridge Mountains.  Lontani dal caos delle grandi città, concentrati sulla produzione di birre artigianali e su lunghe jam session psichedeliche nello studio casalingo. Praticamente una puntata de La casa nella prateria, con i dischi di Neil Young al posto delle preghiere davanti ad una tavola imbandita. La saga familiare dei fratelli Carney raggiunge, con Dialectic of Ignorance, l'ottava puntata in full length. Come la famiglia Ingalls della serie televisiva (e, prima ancora, del romanzo), anche quella Carney deve affrontare il lato oscuro della vita rurale per mantenere l'idilliaca e bucolica situazione familiare. In questo episodio i tre barbuti americani intraprendono infatti un viaggio attraverso paesaggi nebbiosi e sperduti, abitati soltanto dai fantasmi dei pellerossa. La musica scorre placida, ad un ritmo rallentato che i nostri sensi di cittadini non sono abituati a percepire (se non sotto l'effetto di qualche sostanza). Riff ossessivi e carichi di fuzz si ripetono circolari mentre il ritmo scorre morbido e avvolgente, dilatando le melodie. Nella foschia lisergica si aprono squarci melodici di grande pace e luminosità (gli intrecci di voci sussurrate) ai limiti dello shoegaze. Ma la sensazione di stordimento e vaga inquietudine per ciò che non riusciamo a vedere, al di là dell'orizzonte, dimostra quanto questo sia un disco tutt'altro che di genere. Dallo slow stoner di Herb Is My Next Door Neighbor all'oscurità post punk di We've Fucked This Up, attraversiamo continuamente nuovi paesaggi, nelle sterminate terre selvagge americane, utilizzando sempre sentieri poco battuti. Auguriamoci che questa saga, come quella degli Ingalls, continui per altri 200 episodi.
[R.T.]

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Pontiak - Dialectic of Ignorance
(Thrill Jockey, 2017)

Three brothers living and working in a farm in the heart of Virginia on the Blue Ridge Mountains. Far from the chaos of the big cities, focused on the production of handcrafted beers and on long psychedelic jam sessions in the homemade studio. Almost one episode of Little House on the Prairie, with Neil Young albums instead of prayers in front of a table laden with food. With Dialectic of Ignorance, Carney brothers family saga reaches the eighth full-length episode. Like Ingalls family of the tv series (and of the novel, before), also Carney family must face the dark side of rural life to keep their idyllic and bucolic way of life. In this episode, the three bearded Americans take a journey through misty and isolated landscapes, inhabited only by the ghosts of the Native Americans. The music runs smoothly at a slow pace that our senses of citizens are not used to perceive (unless under the influence of certain substances). Obsessive riffs, rich in fuzz, repeat themselves circularly while the rhythm flows soft and enveloping, expanding melodies. In the psychedelic mist, melodic breaks of great peace and brightness (the interweavings of whispered voices) of shoegaze taste. But the feeling of stunning and weird anxiety about what we can not see, beyond the horizon, shows how much this is an album far from the stereotypes of musical genres. From the slow stoner of Herb Is My Next Door Neighbor to the post punk darkness of We've Fucked This Up, we're continually crossing new landscapes in the endless American wilderness, always using scarcely traced paths. Let's hope this saga, like that of the Ingalls, will continue for another 200 episodes.
[R.T.]

mercoledì 27 settembre 2017

Pallbearer - Heartless


Pallbearer - Heartless
(Profound Lore Records, Nuclear Blast, 2017)

Il rito dell'attesa. Come quando un temporale si sta avvicinando. Nuvole nere che si gonfiano e in un attimo percorrono lo spazio che separa l'orizzonte dalle nostre teste. Odore di umidità nell'aria, vento che soffia improvviso. Elettricità. Questo è Heartless. Non un'impetuosa tempesta come il precedente Foundations of Burden, bensì una malinconica e vagamente inquietante quiete, con il fantasma della bufera sempre più vicino. I riff mastodontici dell’album precedente, che lo avevano reso uno dei migliori dischi metal degli ultimi anni, sono qui frammentati, dilatati e rielaborati lungo sentieri melodici più prossimi al metal progressivo che al doom del passato. I fraseggi e gli intrecci delle due chitarre (da sempre marchio di fabbrica della band dell’Arkansas) sono stavolta la vera e propria architettura portante sulla quale sono costruite le sette - imponenti - canzoni, e sulla quale si arrampica, da protagonista, la voce di Brett Campbell, verso tonalità sempre più alte e melodie sempre più epiche e grandiose. L’attesa spasmodica che ha anticipato la terza pubblicazione della band troverà sfogo, per i vecchi fans, in un disco basato proprio sul senso di attesa, e che preferisce scorrere tra atmosfere avvolgenti (l’intro onirico di Dancing in Madness) anziché deflagrare in mazzate di grande impatto e potenza? Per un ambiente underground che in tempi recenti si è raramente esaltato tanto quanto all’ascolto dei primi due dischi della band, non sarà facile sentirsi ricompensato da questa trasformazione, che ha portato al completo abbandono del retrogusto post metal in favore di una sensibilità melodica affine a quella dei Queensrÿche di fine anni '80. Attesa e assenza di frenesia: questo è ciò di cui necessita un disco monumentale come Heartless per essere assorbito. La maturità delle melodie di I Saw the End, Thorns ed Heartless sono la migliore dimostrazione della titanica personalità dei Pallbearer, una band estranea ai generi predeterminati, che si conferma come una delle più capaci nel coniugare classico e moderno.
[R.T.]

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Pallbearer - Heartless
(Profound Lore Records, Nuclear Blast, 2017)

The ritual of waiting. Like when a thunderstorm is approaching. Black clouds swelling, travelling in a moment the space between the horizon and our heads. Smell of moisture in the air, wind suddenly blowing. Electricity. This is Heartless. Not a violent storm like the previous Foundations of Burden, yet a gloomy and vaguely disturbing quiet, with the ghost of the squall costantly nearer. The mastodontic riffs of the previous album, which had made it one of the best metal records in recent years, are fragmented here, dilated and reworked along melodic tracks closer to progressive metal than to the doom of the past. The phrasings and interweavings of the two guitars (always a trademark of the band from Arkansas) are the real load-bearing architecture on which the seven - imposing - songs are built and on which Brett Campbell voice climbs towards ever higher tones and increasingly epic and impressive melodies. The fevering waiting that has anticipated the third release of the band will find vent for old fans in this album based on the sense of wait and preferring to flow among enveloping atmospheres (the dreamlike introduction of Dancing in Madness) rather than deflagrate in blows of great impact and power? For an underground environment that recently has rarely been exalted as much as listening to the first two records of the band, it will not be easy to feel rewarded by this transformation, which has led to the complete abandonment of post metal aftertaste in favour of a melodic sensitivity alike that one of Queensrÿche in the late 80s. Wait and absence of frenzy: this is what a monumental album like Heartless needs to be absorbed. The maturity of the melodies of I Saw the End, Thorns and Heartless are the best demonstration of the titanic personality of Pallbearer, a band out of the predetermined genres, which is confirmed as one of the most capable in combining classic and modern.
[R.T.]

lunedì 25 settembre 2017

Celeste - 23.09.2017 - Alchemica (Bologna)

 

Celeste - 23.09.2017 - Alchemica (Bologna)

Buio in sala. Buio sul palco. Tanto fumo a formare una fitta nebbia. Uno, due, tre, quattro frontali dalla luce rossa si accendono in sequenza. E poi è l'apocalisse. C'è molto poco di celestiale nei francesi Celeste. Più che sospesi nell'Empireo, siamo sprofondati sottoterra. Sembra di essere dentro ad un tunnel nel profondo di una miniera. Poca aria, ed un forte senso di oppressione. Quasi di smarrimento. Unica bussola a nostra disposizione i fiochi fasci di luce rossa dei quattro Caronte che ci guidano in quella che ha tutta l'aria di essere un'angusta cavità infernale. Le bordate del quartetto sono implacabili e micidiali. La batteria è al tempo stesso fondamenta e colonne delle composizioni del combo francese. Le due chitarre ed il basso costruiscono mura e ponti di riffs in cui vaghiamo sperduti, schiacciati, ma al tempo stesso ammaliati. Solo 50 minuti, che volano via in un attimo. Finita la musica, accese nuovamente le luci, è come tornare a respirare dopo una lunga apnea. Ci si senti più liberi, leggeri. Uscendo dall'Alchemica, l'oscurità della notte all'improvviso si mostra più celeste.
[E.R.]

   

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Celeste - 09.23.2017 - Alchemica (Bologna)

Dark in the hall. Dark on stage. So much smoke to form a dense fog. One, two, three, four headlamps with red light turn on in sequence. And then it's the apocalypse. There is very little celestial in the French Celeste. More than suspended in the empyrean sky, we are sunk into the underground. It seems to be inside a tunnel in the depths of a mine. Little air, and a strong sense of oppression. Almost of dismay. The one and only compass available are the the dim beams of red light of the four Charon driving us into what seems a narrow infernal cavity. The attacks of the quartet are implacable and deadly. Drums is at the same time the foundations and the columns of the compositions of the French combo. The two guitars and the bass build walls and bridges of riffs in which we wander lost, crushed, but at the same time bewitched. Only 50 minutes, flying away in a moment. The music over, the lights turned on again, it is like breathing again after a long apnoea. It's like feeling more free, lighter. Exiting from Alchemica, the darkness of the night suddenly appears more celestial.
[E.R.]
   


sabato 23 settembre 2017

King Gizzard and the Wizard Lizard – Flying Microtonal Banana


King Gizzard and the Wizard Lizard – Flying Microtonal Banana
(Heavenly Recordings, Flightless Records, ATO Records, 2017)

C’è una soluzione semplice per disintegrare il luogo comune “ormai la musica rock è sempre la stessa, nessuno inventa più niente, d’altronde le note sono sette”. I King Gizzard and the Wizard Lizard l’hanno trovata. Non potevano che essere degli  inventori di suoni realmente alternativi come loro a portare a compimento questo esperimento. Basta sbriciolare ogni nota in minuscoli pezzi, ogni ottava in frammenti ben più piccoli dei 12 semitoni che fungono da base alla musica occidentale. Magari in frammenti diversi l’uno dall’altro. Per farlo i sette folli australiani si sono fatti costruire appositi strumenti con intervalli microtonali, e li hanno poi usati per comporre canzoni ossessive che suonano costantemente "sbagliate", al nostro orecchio di ascoltatori rock, per il loro continuo e inusuale utilizzo delle dissonanze. Canzoni dadaiste che possiedono il gioioso desiderio di giocare con le convenzioni, tipico del prog di Canterbury o del kraut rock. Certo, il brevetto di questa invenzione non può essere conferito a questi strambi musicisti - basti pensare a gran parte delle musiche orientali (l’eco delle quali risuona più volte in questo disco, non solo per l’utilizzo della zurna turca) - ma lo sviluppo “tipicamente” rock (psichedelico) di tali progressioni armoniche è indubbiamente originale. Non siamo però di fronte ad un mero esercizio di stile. Le filastrocche ubriache, che si aggrovigliano armonicamente in dissonanze a cascata, entrano in testa e appassionano fin dall’inizio, dimostrando quanto la messa a fuoco sia prima di tutto sulle canzoni. Come per ogni buon disco rock che si rispetti, insomma. E ora ci attendono altri quattro esperimenti progettati dalla band per il 2017. Stiamo pronti, potrebbe accadere di tutto.
[R.T.]

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King Gizzard and the Wizard Lizard – Flying Microtonal Banana
(Heavenly Recordings, Flightless Records, ATO Records, 2017)

There is a simple solution to disintegrate the cliché "now rock music is always the same, no one invents anything, after all notes are just seven".  King Gizzard and the Wizard Lizard found it. Only the inventors of  really alternative sounds like them could accomplish this experiment. Just crumble every note into tiny pieces, each octave into fragments much smaller of the 12 semitones that serve as the basis of western music. Possibly in fragments which are different from each other. To do this, the seven Australian fools have made special microtonal instruments, and then they used them to compose obsessive songs that sounds constantly "wrong" to our rock-listeners-ears, for their continuous and unusual use of dissonances. Dadaist songs that possess the joyful desire to play with conventions, typical of Canterbury prog or kraut rock. Certainly, the patent of this invention cannot be given to these queer musicians - just think of most part of oriental music (the echo of which resounds more than once in this record, not only for the use of the Turkish zurna) - but the "typically" (psychedelic) rock development of such harmonic progression is undoubtedly original. But we are not in front of a mere style exercise. Harmoniously tangled in cascading dissonances, the drunken rhymes enter the head and passionate from the very beginning, showing how much the focus is first and foremost on songs. As with any good rock record, in short. And now there are four more experiments planned by the band for 2017. We are ready, everything could happen.
[R.T.]

mercoledì 20 settembre 2017

Elder – Reflections of a Floating World


Elder – Reflections of a Floating World
(Stickman Records, 2017)

In un’epoca in cui la musica viene divorata compulsivamente e distrattamente, con l’idea che questa debba modellarsi alla nostra sensibilità (e non, invece, che sia la nostra sensibilità a maturare a contatto con la musica), Reflections of a Floating World è un album a suo modo rivoluzionario. E' infatti un disco che necessita di un’immersione profonda, con le porte della percezione ben spalancate, per poter assorbire il complesso oceano sonoro che lo caratterizza. Sei lunghi e contorti brani, vere e proprie barriere coralline di rock progressivo, all’interno dei quali è meraviglioso lasciarsi trasportare dalle correnti dei riff stoner. Ma ancor più straordinario è annegarvi dentro, nei momenti in cui si aprono di fronte a noi vasti panorami pinkfloydiani. In questi anni '10 in cui gli artwork sono minuscoli files jpeg che fungono da sfondo nel nostro smartphone mentre ascoltiamo gli mp3, prendere in mano il vinile di Reflections of a Floating World, scartarlo, annusarlo, estrarre le buste e, prima ancora di aver messo il disco sul piatto, entrare in quel mondo galleggiante disegnato in copertina, può sembrare un gesto nostalgico e "moralista" riguardo il tempo presente. Eppure la freschezza delle sue canzoni dimostra quanto questo richiamo ad un modo di vivere la musica tipico degli anni '70 non abbia niente di revivalistico. La personalità degli Elder è molto più solida di quanto possa percepire un ascoltatore superficiale che si limiti a riconoscere la frenesia chitarristica degli High Tide o le aperture melodiche di Nektar e Camel. Gli Elder non si oppongono al presente. Nell’istintività della loro fragorosa cascata di note c’è tutta la fantasia e la strabordante energia di un tempo attuale e presente. Tutto l’impeto del “qui e ora”, che si abbatte come un’onda sugli scogli del passato, ne assorbe l’essenza e poi si vaporizza in schizzi imprevedibili e irripetibili. Essere sulla riva di questo mondo galleggiante, ed essere travolti da quest'ondata, farà maturare la nostra sensibilità, e noi stessi.
[R.T.]
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Elder – Reflections of a Floating World
(Stickman Records, 2017)

In an era when music is devoured compulsively and distractedly, with the idea that music should be shaped by our sensitivity (and not, on the contrary, that our sensitivity should mature through music), Reflections of a Floating World is a revolutionary album in its own way. It is an album that needs a deep immersion, with wide open doors of perception, to absorb the complex sonic ocean that characterizes it. Six long contorted tracks, real coral reefs of progressive rock, within which it is wonderful to be carried away by the currents of the stoner riffs. But even more remarkable is to drown into them when vast pinkfoydian views open themselves in front of us. In these 10s where artwork is reduced to tiny jpeg files in our smartphone while listening to mp3s, it may sound like a nostalgic and "moralistic" act towards the present time to take the vinyl of Reflections of a Floating World in your hands, discard it, sniff it and, even before putting it onto the turntable, enter the floating world pictured on its cover. Yet the freshness of its songs shows how much this appeal to a typically 70s way of living the music has nothing to do with revivalism. Elder personality is much more solid than a superficial listener - who merely acknowledges High Tide guitar frenzy or Nektar and Camel melodic openings - may perceive. Elder do not oppose the present. In the impetuosity of their roaring waterfall of notes there is all the creativity and the overflowing energy of a current and present time. Breaking like a wave on the rocks of the past, all the impetus of "here and now" absorbs its essence and then vaporizes in unpredictable and unrepeatable sketches. Being on the shore of this floating world, and being overwhelmed by this wave, will make our sensitivity mature, and ourselves too.
[R.T.]

lunedì 18 settembre 2017

Pixies - Bossanova


Pixies - Bossanova
(4AD, 1990)

La musica alternativa degli anni 90 non sarebbe stata la stessa senza i dischi che i Pixies avevano pubblicato nella seconda metà del decennio precedente. Con la loro miscela di zuccherosa dolcezza melodica, ironia folle e chitarre aspre e dissonanti, e con l’alternanza di quiete ed esplosioni noise, le caramelle acide confezionate dalla band saranno prelibata ispirazione per l’universo alternativo che di lì a poco diventerà mainstream. Un attimo prima che questa esplosione abbia luogo, cambiando gli equilibri tra rock indipendente e rock da classifica, i Pixies pubblicano il disco nel quale il confine tra pop e sperimentazione è più labile - sorta di premonizione di ciò che avverrà nel panorama musicale dell’immediato futuro. Se i dischi precedenti avevano la loro particolarità nei contrasti (volutamente stridenti), in Bossanova tutto appare in perfetta simbiosi. Riverberi surf e cavalcate metal si abbinano armoniosamente nella iniziale Cecilia Ann (cover dei Surftones), così come infantili cantilene ossessive si fondono con naturalezza ad accenni di dissonanza e a spigoli elettrici di rumore in The Happening. Rispetto ai due dischi precedenti le melodie si fanno meno sbilenche e, pur mantenendo un retrogusto agrodolce, risultano più morbide e sognanti. La band di Boston mette qui a punto la ricetta delle sue caramelle: forse non così destabilizzante e stupefacente come in passato (e per questo meno apprezzata dai fan di vecchia data), ma più digeribile e gustosa per un pubblico ormai pronto all'impasto di melodia e rumore.
[R.T.]

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Pixies - Bossanova
(4AD, 1990)

90s alternative music wouldn't have been the same without the albums Pixies published in the second half of the previous decade. With their mixture of sugary melodic sweetness, crazy irony and sharp dissonant guitars, and with the alternation of quiet and noise explosions, the acid candies packed by the band will be delicious inspiration for the alternative universe that will soon become mainstream. A moment before this explosion takes place, changing the balance between independent rock and chart rock, Pixies publish the record in which the border between pop and experimentation is more labile - kind of premonition of what will happen in the musical scene of the immediate future. If the previous albums had their main feature in (deliberately discordant) contrasts, in Bossanova everything appears in perfect symbiosis. Surf reverbs and metal rides harmoniously combine in the initial Cecilia Ann (Surftones cover), as well as infantile obsessive lullabies merge naturally with hints of dissonance and electric noises in The Happening. Compared to the previous two albums, melodies become less crooked and, while maintaining a bittersweet aftertaste, they are softer and more dreamy. The band from Boston fine tunes the recipe for its candies: perhaps not as destabilizing and amazing as in the past (and therefore less appreciated by old-time fans), but more digestible and tasty for an audience now ready for the mix of melody and noise.
[R.T.]

mercoledì 13 settembre 2017

The Black Angels – Death Song


The Black Angels – Death Song
(Partisan Records, 2017)

Sono trascorsi 50 anni dalla pubblicazione di Velvet Underground & Nico e dai feedback tenebrosi di The Black Angel’s Death Song. Mezzo secolo dopo i Black Angels rendono esplicito omaggio ad una delle loro principali fonti di ispirazione, intitolando il loro quinto disco Death Song. La band di Austin ha da sempre nutrito la propria musica di citazioni e richiami all’epoca d’oro della psichedelia (oltre alla band di Lou Reed, anche 13th Floor Elevators, The Doors e primi Pink Floyd) aggiungendovi però contorni neopsichedelici, capaci di renderla moderna e contemporanea, fino a diventare, lei stessa, uno dei principali punti di riferimento per gli amanti delle sonorità lisergiche del nuovo millennio.
Ormai matura, la creatura di Alex Maas tratteggia un disegno che non possiede più i colori roventi del mezzogiorno di fuoco di alcuni dischi del passato, bensì i colori caldi e avvolgenti del tramonto. Nuove sfumature, più tenui rispetto al passato, ma non per questo meno affascinanti. Le cattive vibrazioni generate dal gruppo in quest'ultimo disco assumono le forme di canzoni immediate e lineari, ma al tempo stesso emanano atmosfere desolate e desertiche, per niente “facili” o “piacevoli”. Nelle malinconiche e toccanti ballate (Half Believing, Life Song) la band evidenzia quanta disillusione e sconforto abbia colto quell'aspide che prima scivolava combattivo tra le rocce del deserto texano. Il groove ipnotico di Phosphene Dream appare solo a tratti, come un fantasma in un vecchio paese del selvaggio west abbandonato a sé stesso. Eppure, in alcune  cavalcate elettriche (I’d Kill For Her, I Dreamt), il vecchio fantasma viene evocato in tutta la sua forza. Ma forse è proprio nei contorni sfumati dei brani più introspettivi, e nella loro capacità di tracciare nuovi sentieri nella carriera della band, che Death Song si conferma l'ennesima avvincente prova dei Black Angels. Crepuscolare e disincantato, ma mai stanco, questo è il disco di una band la cui maturità non consente più atti di rivolta, bensì meditazioni adulte e riflessive. 
[R.T.]
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The Black Angels – Death Song
(Partisan Records, 2017)

It's been 50 years since the release of Velvet Underground & Nico and the dark feedbacks of The Black Angel's Death Song. After half a century The Black Angels pay an explicit tribute to one of their main sources of inspiration, giving the name Death Song to their fifth record. The band from Austin has always nourished its music with mentions and references to the golden age of psychedelic rock (in addition to Lou Reed band, also The 13th Floor Elevators, The Doors and the first Pink Floyd), adding to it neopsichedelic contours capable of making it modern and contemporary, becoming itself one of the main landmarks for lysergic sounds lovers of the new millennium. 
By now mature, Alex Maas creature sketches a drawing that no longer has the hot midday colours of some records of the past, but the warm and enchanting colours of the sunset. New shades, more subtle than in the past, but no less fascinating. The bad vibrations generated by the band on this last record take on the forms of immediate and linear songs, but at the same time emanate desolate and deserted atmospheres, no at all "easy" or "enjoyable". In the melancholy and touching ballads (Half Believing, Life Song) the band highlights how much disillusionment and discomfort have seized the asp that, combative, used to sneak among the rocks of the Texas desert. The hypnotic groove of Phosphene Dream appears only at times, like a ghost in an old wild west village abandoned to itself. Yet, in some electric rides (I'd Kill For Her, I Dreamt), the old ghost is evoked in all its strength. But maybe it's exactly in the more veiled contours of the most introspective songs, and in their ability to trace new paths in the career of the band, that Death Song proves to be another Black Angels compelling work. Crepuscular and disenchanted, but never worn out, Death Song is the album of a band whose maturity does not allow riot acts anymore, yet adult and reflexive meditations.
[R.T.]

lunedì 11 settembre 2017

Sanctuary - Into the Mirror Black


Sanctuary - Into the Mirror Black
(Epic, 1990)

Forse l'ispirazione artistica che fece di Seattle il centro del rock tormentato degli anni '90 è nascosta nella posizione periferica di questa città, in contrasto con gli epicentri del rock americano. Non solo il grunge, ma anche l'heavy metal classico ha espresso a Seattle le sue visioni più introspettive, distanti dal mood della musica degli anni '80. Se i Queensrÿche sono stati i padri di questo ramo meditativo del metal, i Sanctuary sono stati sicuramente i loro figli. Secondo album dei Sanctuary, Into the Mirror Black esprime una componente gotica e malinconica (primo step evolutivo verso la musica dei Nevermore) che rende più complesse e profonde le radici tradizionalmente heavy metal della band. Melodie epiche sono qui offuscate da un velo di oscuro romanticismo che rende Into the Mirror Black tanto riflessivo quanto ogni altro album concepito nelle periferie delle mappe rock degli anni '80.
[R.T.]

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Sanctuary - Into the Mirror Black
(Epic, 1990)

Maybe the artistic inspiration that made Seattle the center of the tormented rock of the 90s is hidden in the peripheral position of that city, in contrast with the epicenters of American rock. Even classical heavy metal, not only grunge, expressed in Seattle its most introspective visions, away from the mood of the 80s music. If Queensrÿche were the fathers of this meditative branch of metal, Sanctuary were certainly their sons. Second Sanctuary album, Into the Mirror Black expressed a gothic and melancholic component (first evolutive step towards Nevermore music) that made more complex and deeper the traditional heavy metal roots of the band. Epic melodies are here tarnished by a veil of dark romanticism that made Into the Mirror Black as much thoughtful as any other album conceived in the peripheral position of 80s rock maps.
[R.T.]

giovedì 7 settembre 2017

At the Drive In - In ter a li a


At the Drive In - In ter a li a
(Rise Records, 2017)

Fermo immagine. Due ragazzetti secchi come un uscio, sospesi in aria, entrambi con un cespuglio di capelli che in confronto Renè Higuita era calvo. Uno con una chitarra lanciata in cielo, l’altro con il cavo del microfono arrotolato alla gola come un serpente costrittore. Energia pura. Insieme a loro una sezione ritmica che è adrenalina fatta ritmo, e una seconda chitarra che si attorciglia alla prima, inseguendola, superandola, dissociandosi per poi diventare una cosa sola con l’altra.

Da quel fermo immagine sono passati 17 anni, e sarebbe folle illudersi che l’atterraggio dei due ragazzetti sia elastico come ai tempi in cui Relationship of Command si impose come uno dei migliori dischi rock degli anni 2000. E non solo perché quella seconda chitarra non è più impugnata da Jim Ward.

Prima che Cedric Bixler Zavala e Omar Rodríguez-López tocchino terra, in quel lasso di tempo che può durare 1 secondo o 17 anni, è successo di tutto, e in ogni direzione. Eppure l’atterraggio è un disco che riparte esattamente da quel fotogramma che ritraeva una band sospesa in aria, all’apice creativo, ed è stupefacente notare come l’energia elettrica liberata dall’impatto con il terreno, nel 2017, sia la stessa che aveva spinto la band in alto, per quanto questa regali scosse più controllate e mature, meno nervose e centrifughe.

Ciò che è sparito è la rabbia hardcore, quella furia adolescenziale che strabordava in continuazione da canzoni i cui confini erano continuamente in discussione. Il tempo è passato. Gli angoli si sono smussati, e la carta vetrata che grattava la pelle in canzoni come One Armed Scissor o Arcarsenal è diventata groove rotondo, vorticoso e torrenziale (splendido il lavoro di Paul Hinojos al basso e di Tony Hajjar alla batteria) e melodie perfettamente a fuoco (non dimentichiamoci che dopo le elefantiache metamorfosi sonore dei Mars Volta, delle quali si percepiscono barlumi nei liquidi intrecci chitarristici, Cedric e Omar hanno sviluppato la melodia nella sua più pura essenza nel sottovalutato progetto Antemasque). I due ragazzetti, e con loro gli altri indispensabili compari, sono cresciuti e probabilmente non sono più incazzati come un tempo: ma hanno ancora un'energia, una frenesia espressiva e una maturità compositiva tali da rendere Inter Alia un disco travolgente.
[R.T.]

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At the Drive In - In ter a li a
(Rise Records, 2017)

Still image. Two skinny boys suspended in the air, both with a bush of hair that compared to them René Higuita was almost bald. One with a guitar thrown in the sky, the other with the microphone wire twisted around his throat as a constrictor snake. Pure energy.  With them a rhythmic section that is adrenaline made rhythm, and a second guitar twisting itself onto the first, pursuing it, overtaking it, dissociating itself to become one with the other.

From that still image 17 years have passed, and it would be foolish to delude ourselves that the landing of the two boys is as elastic as when Relationship of Command imposed itself as one of the best rock albums of the 2000s. And not just because Jim Ward isn't the second guitar anymore.

Before Cedric Bixler Zavala and Omar Rodríguez-López touch earth, in that time period that can last 1 second or 17 years, everything happened in every direction. Yet the landing is an album that starts exactly from that frame showing a band suspended in the air, at its creative apex, and it is amazing to notice how the electricity released by the impact on the ground in 2017 is the same one that pushed the band up, even though its shakes are more controlled and mature, less nervous and centrifugal.

What has disappeared is hardcore anger, that teenage fury costantly overflowing from songs whose borders were constantly being debated. Time has passed. Things were smoothed over, and the sandpaper scratching the skin in songs like One Armed Scissor or Arcarsenal has become a round, swirling and torrential groove (amazing Paul Hinojos on bass and Tony Hajjar on drums) and perfectly focused melodies (let's not forget that after the elephant-like metamorphoses of Mars Volta, of whom it  is possible to perceive hints in the liquid guitar interweavings, Cedric and Omar have developed the melody in its purest essence in the undervalued Antemasque project). The two boys, and with them the other indispensable buddies, have grown up and probably are not as pissed off as once before: but they still have energy, expressive frenzy and compositional maturity that make Inter Alia an overwhelming album.
[R.T.]

lunedì 4 settembre 2017

Judas Priest - Painkiller

 Judas Priest - Painkiller
(Columbia, 1990)

L'heavy metal è pieno di stereotipi. Dalle tematiche dei testi ai suoni, dall'attitudine dei musicisti all'esasperazione tecnica, tutto è codificato per poter essere scioccante, esplicito ed eccessivo. Ciò che rende grandioso l'heavy metal è esattamente la sua leggerezza adolescenziale, la sua mancanza di pretenziosità, la sua energia priva di filtri. I Judas Priest sono l'heavy metal nella sua più pura essenza. Hanno contribuito a creare ogni cliché del genere, e ne sono orgogliosi. Dopo anni di successo e gloria, raccolsero tutta la loro energia in Painkiller: una colata di mostruoso metallo con suoni moderni e potenti, caratterizzati da violenza distruttiva e grandiose melodie. Pubblicato proprio un attimo prima della scomparsa del metal classico, Painkiller è uno degli apici del genere: una corsa in moto ad alta velocità, che possiede la brillantezza dell'acciaio, l'odore del gasolio e il rombo del motore.
[R.T.]
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Judas Priest - Painkiller
(Columbia, 1990)
 
Heavy metal is full of stereotypes. From lyrical themes to sounds, from musicians’ attitude to technical exasperation, everything is codified in order to be shocking, explicit and excessive. Its teenage naivety, its lack of pretentiousness and its unfiltered energy are exactly what makes heavy metal great. Judas Priest are heavy metal in its purest essence. They contributed to create every cliché of the genre, and they are proud of it. After years of success and glory, they gathered all their energy in Painkiller: a monstrous metal meltdown with modern and powerful sounds, characterized by destructive violence and great melodies. Published just before classic heavy metal disappearance, Painkiller is one of the apex of the genre: an high speed ride on a motorbike, with the brilliance of the steel, the smell of gasoline and the roar of the engine.
[R.T.]