mercoledì 13 dicembre 2017

Nevermore - Dreaming Neon Black


Nevermore - Dreaming Neon Black
(Century Media, 1999)

All play dead. Un suicidio apre le porte della disperazione e la tragedia distrugge ogni sogno per il futuro e ogni certezza con cui era stato costruito il passato. L'impotenza di fronte alla nostra fragilità. E la rabbia diventa l'unica, inutile, liberazione. Incubi ossessivi e ricorrenti in mezzo a delicati momenti di solitudine con i nostri propri fantasmi. Dreaming Neon Black è un concept album sul magnetismo dell'autodistruzione dopo la morte di ogni divinità. Deliberatamente teatrale nella sua interpretazione, Warrel Dane viene ispirato da una storia che lo ha coinvolto. E il suo impeto appassionato lo possiamo respirare in ogni canzone. Atmosfere gotiche, melodie acide e dissonanze stridenti sono protagoniste tanto quanto i riff furiosi ed intricati o i liquidi arpeggi che fanno di questo album un gioiello unico nella storia dell'heavy metal.
[R.T.]
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Nevermore - Dreaming Neon Black
(Century Media, 1999)

All play dead. A suicide opens wide the doors of desperation and the tragedy destroys every dream about the future and every certainty with whom the past had been built. Impotence facing our frailty. And rage becomes the only, useless, deliverance. Recurring obsessive nightmares amongst delicate moments of solitude with our own ghosts. Dreaming Neon Black is a concept album about self-destruction magnetism after the death of every God. Deliberately theatrical in his interpretation, Warrel Dane is inspired by a story that involved him. And his passionate impetus we can breathe in every song. Gothic atmospheres, acid melodies and grinding dissonances are protagonists as much as furious intricate riffs or liquid arpeggios making this album a unique jewel in heavy metal history.
[R.T.]

lunedì 11 dicembre 2017

Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son


Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son
(Mute, 1990)

Ascoltare un disco di Nick Cave significa ascoltare la storia della sua vita, le sue confessioni più intime, i suoi sogni più profondi. Per Cave, comporre significa venire a patti (o scontrarsi fino a farsi male) con sé stesso e con le proprie metamorfosi. Anche quando Cave non esplicita nelle sue canzoni il parallelo con la sua condizione personale, è sempre evidente quanto essa influenzi il processo creativo. Sul finire degli anni '80, dopo un periodo trascorso nel buco nero della droga, Cave si avvicina alla religione, abbandona Londra e Berlino e si rifugia in Brasile per comporre e registrare. Il Sole sudamericano, l'amore per una donna e una profonda immersione nella fede. Questi sciolgono le tensioni, la rabbia e il nervosismo dei dischi precedenti, liquefacendo le sferragliate rumorose in composizioni profonde e mature in cui archi e pianoforte donano un’inedita delicatezza alla musica oscura del cantautore australiano. La speranza e l’energia che Cave respira a contatto col popolo brasiliano (costretto a convivere con povertà inumana e conflitti sociali intollerabili) ha un potere catartico che lo porterà a donare una luce calda alle sue ballate dark. Attraverso alcuni dei brani più intensi della discografia del cantautore, The Good Son racconta la sua redenzione con profonda umanità, mischiando luce e ombra in una nuova inedita sfumatura.
[R.T.]
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Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son
(Mute, 1990)

Listening to one of Nick Cave albums is listening to the story of his life, his most intimate confessions, his deepest dreams. For Cave, composing means coming to terms (or colliding up to get hurt) with himselves and with his own metamorphosis. Even when Cave does not make explicit in his songs the parallel with his personal condition, it is always evident how much it influences the creative process. In the late 80s, after a period spent in the black hole of drug addiction, Cave approaches religion, leaves London and Berlin and takes refuge in Brazil to compose and record. The South American Sun, the love for a woman and a deep immersion in the faith. These melt the tensions, anger and nervousness of the previous albums, liquefying the noisy clashes in deep and mature compositions in which strings and piano give a new sensitivity to the dark music of the Australian singer-songwriter. The hope and the energy that Cave breathes in contact with Brazilians (people forced to live with inhuman poverty and intolerable social conflicts) has a cathartic power that will lead him to give a warm light to his dark ballads. Through some of the most intense passages of the songwriter's discography, The Good Son tells his redemption with profound humanity, mixing light and shadow in a new and unprecedented nuance.
[R.T.]

venerdì 8 dicembre 2017

Duel - Witchbanger


Duel – Witchbanger 
(Heavy Psych Sounds,2017)

A un solo anno dall'uscita dell'ottimo debut Fears of the Dead, i Duel pubblicano un altro album, degno erede del suo predecessore. Forse non così immediato e trascinante come l'opera prima del quartetto texano, Witchbanger ne riprende formula ed ingredienti, e si rivela come disco il cui impatto cresce progressivamente con il numero di ascolti. Fra canzoni di incredibile tiro (come la titletrack e l’opener Devil) e altre che si imprimono subito nella testa dell'ascoltatore (vedi il ritornello di Astrogipsy), la band di Austin affina il suo stile assestandosi sempre più sul filone hard rock di matrice settantiana (Thin Lizzy e MC5 su tutti), perdendo però qualcosa in psichedelia – componente che ora affiora soltanto a tratti e viene concentrata soprattutto nella finale (stupenda) Tigers and Rainbows. Anche in questo secondo album la voce calda e ruvida di Tom Frank è elemento distintivo della band, così come la sua chitarra – coadiuvata da una gran sezione ritmica - è la struttura fondamentale su cui la sfrenata Gibson di Jeff Henson (ora non più solo produttore della band, come nel primo album) costruisce fraseggi ed assoli che sono l’altro punto di forza di queste 8 canzoni. In soli 12 mesi, un album che è conferma del valore dei Duel. 
[E.R.]
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Duel – Witchbanger
(Heavy Psych Sounds, 2017)

Just one year after the release of the excellent debut Fears of the Dead, Duel release another album, a worthy successor to its predecessor. Perhaps not as immediate and enthralling as the first work of the Texan quartet, Witchbanger uses the same formula and ingredients, revealing itself as a record whose impact grows progressively with the number of plays. With songs of incredible groove (like the titletrack and the opener Devil) and others that get immediately impressed in the head of the listener (just think about the refrain of Astrogipsy), the band from Austin refines his style settling more and more on the 70s hard rock current (Thin Lizzy and MC5 above all), yet losing something in psychedelia - component that now only emerges at times and is concentrated mainly in the final (awesome) Tigers and Rainbows. Also in this second album Tom Frank warm rough voice is a distinctive element of the band, as well as his guitar - together with a great rhythm section - is the fundamental structure on which Jeff Henson (now not only just producer of the band, as in the first album) wild Gibson builds phrasings and solos that are the other point of these 8 songs. In just 12 months, an album that is confirmation of Duel great value.
[E.R.]

mercoledì 6 dicembre 2017

Zu – 23.11.2017 – Deposito Pontecorvo (Pisa)


Zu – 23.11.2017 – Deposito Pontecorvo (Pisa)

Dopo aver amato tanto intensamente, una cocente delusione brucia come un tradimento ed è umano trasformare l’amore in odio. Una seconda possibilità non la si nega a nessuno, però. Soprattutto agli Zu. Un tempo (2005/2006) gli Zu erano il mio gruppo live per eccellenza e collezionavo i loro concerti come figurine. Il loro math rock pattoniano, ipercinetico e nevrotico, via via sempre più rumoroso e tendente ad un noise incontrollato, dal vivo era trascinante ed esaltante. Dei veri animali da palco, che su disco non riuscivano a trasportare quella furia e quella voglia di spostare i confini sempre un po’ più in là, così tipiche dei loro concerti (almeno fino a Carboniferous, l’unico album che a mio parere riesce a cogliere un barlume di quella creatività dirompente). Poi l’addio di Jacopo Battaglia e lo scioglimento. Nel 2014 la band si riforma con Gabe Serbian dei The Locust alla batteria. Torno a vederli dal vivo, con l’aspettativa di chi esce con la vecchia fidanzata dopo tanti anni. La delusione è enorme. Il trio ha abbandonato ritmo e groove in favore di droni stordenti e ossessivi, noise disturbante, e una batteria gelida (per quanto tecnicamente eccelsa). La ex fidanzata era diventata un cesso.

Stasera vengono a farmi visita a due passi da casa. Non posso non concedere loro una seconda possibilità. A maggior ragione perché alla batteria è subentrato Tomas Järmyr (già visto all’opera una ventina di giorni fa, con i Motorpsycho).

Superato lo shock per i volumi mastodontici (soprattutto del sax) che fagocitano la batteria (almeno per un terzo di concerto), mi ritrovo dentro ad una versione industrial, pesantissima, di Red dei King Crimson. Un muro di suono schiacciante in cui si percepiscono i ritmi dei tempi che furono, anche se ora sono diventati pesantissimi, quadrati e gelidi, e si fanno largo a fatica nel magma sonoro. Tecnicamente straordinario, ma lontano anni luce dalla personalità imprevedibile di Battaglia, il tocco quasi prog metal di Järmyr è perfetta rappresentazione degli Zu attuali. Freddi sperimentatori ai confini della sostenibilità uditiva, e non più incontenibili e tumultuosi artisti da palco di centro sociale, in continuo fermento creativo. Una parte dell'energia impetuosa che me li aveva fatti amare sembra riaffiorata e rimodellata verso la pesantezza più estrema, ma troppo presto si inabissa in un oceano di caos che va al di là delle mie capacità di ascolto.

Quando Massimo Pupillo getta il pubblico in balia di un suo assolo di basso delirante e violentissimo, a volume inumano, si percepisce quanto il noise, quello autentico, sia una sfida ad ogni convenzione armonica posseduta dall’ascoltatore. I timpani sono trapanati da ondate di feedback, e costanti bordoni ultrabassi riempiono ogni spazio. Gli Zu non hanno perso la voglia (e la capacità) di spostare i confini oltre i limiti conosciuti, ma a tratti faccio sinceramente fatica a seguire la direzione da loro tracciata.

La mia ex ragazza si è messa a dieta rispetto all’ultima volta, e anche se mi ha assordito nuovamente, ha recuperato una parte del fascino perduto. Ma è troppo tardi per tornarci insieme. Ormai siamo entrambi due entità troppo diverse, difficilmente conciliabili. Conserverò il ricordo del sudore che abbiamo speso insieme, in quei concerti dei tempi dell’Università, con un filo di nostalgia.
[R.T.]

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 Zu – 11.23.2017 – Deposito Pontecorvo (Pisa)

After such an intense love, a scorching disappointment burns like a betrayal and it is human to turn love into hate. A second chance is not denied to anyone, anyway. Especially to Zu. Once upon a time (2005/2006) Zu were my favourite live band, and user to collect their concerts. Their Pattonian, hyperkinetic and neurotic math rock, gradually louder and louder and tending to an uncontrolled noise, was enthralling and exciting, particularly live. Born musicians, on records they were unable to express that fury and that desire to move the boundaries always a bit further, so typical of their concerts (at least till Carboniferous, in my opinion the only album able to catch a glimpse of that disruptive creativity). Then the farewell of Jacopo Battaglia and the dissolution. In 2014 the band reformed with Gabe Serbian of The Locust on drums. I saw them live once again, with the expectation of who meets his ex girlfriend after so many years. The disappointment is gigantic. The trio has abandoned rhythm and groove in favour of stinging and obsessive drones, disturbing noise, and cold (however technically excellent) drums. The ex girlfriend had become a coyote-ugly.

Tonight they come to visit me a few steps from home. I have to grant them a second chance. Especially because now they have a new drummer: Tomas Järmyr (already seen twenty days ago, with Motorpsycho).

Overcome the shock for mammoth volumes (especially the sax) swallowing drums (at least for a third of the concert), I find myself in an industrial, really heavy, version of Red (King Crimson). A wall of overwhelming sound in which you can perceive the rhythms of the past, even if these have become ultra-heavy, squared and cold, and they push through their way with difficulty in the magma of sound. Technically extraordinary but light years away from Battaglia's unpredictable personality, Järmyr's almost prog metal touch is a perfect representation of the current Zu. Cold experimenters on the borders of auditory sustainability, and no longer uncontrollable and tumultuous undergorund artists, in continuous creative ferment. A part of the impetuous energy that had made me love them now seems resurfaced and reshaped towards the most extreme heaviness, but too soon it sinks into an ocean of chaos that goes beyond my listening skills.

When Massimo Pupillo threw the audience at the mercy of one of his raving and hyperviolent solos, at inhuman volume, we perceive how the noise, the authentic one, is a challenge to every harmonic convention possessed by the listener. Eardrums are drilled by waves of feedbacks, and constant ultra-low drones fill every space. Zu have not lost the desire (and the ability) to move the boundaries beyond the known limits, but at times I sincerely struggle to follow the direction they traced. 

My ex girlfriend had been on a diet since last time, and even though she deafened me once again, she recovered some of the lost charm. But it's too late to come back together. Now we are too different entities, difficult to reconcile. I will keep the memory of the sweat that we spent together in those concerts of my University days, with a touch of nostalgia.
[R.T.]

domenica 3 dicembre 2017

Crystal Fairy - Crystal Fairy


Crystal Fairy – Crystal Fairy
(Ipecac Recordings, 2017)

Con il suo tipico senso dell’ironia, Buzz Osborne dice di non concepire chi si limita a lavorare 8 ore al giorno, gettando il resto della giornata in futili passatempo. Per quanto questa sia una delle sue tipiche prese per il culo, è innegabile che Buzz sia uno stakanovista spaventoso. Prima o poi la sua strada doveva incrociarsi con quella di Omar Rodriguez-Lopez, una delle poche persone in grado di stargli alla pari. Questa collaborazione necessita di altri musicisti anfetaminici, a conoscenza dei ritmi di lavoro imposti dai due capelloni con il cespuglio in testa. Ecco che Dale Crover e Teri Gender Bender (Le Butcherettes) entrano in catena di montaggio. In un disco in cui Omar suona il basso come una chitarra, i due Melvins macinano come schiacciasassi e Teri sbraita come una pazza nevrotica, si capisce subito quanto questi quattro siano tutt’altro che semplici operai del rock alternativo obbligati a timbrare un cartellino. La loro passione per ciò che fanno si percepisce dall’energia che sgorga incontenibile da ogni crepa aperta nella struttura delle canzoni, le quali - per quanto diritte e sparate in faccia - sono incapaci di contenere la frenesia di questi musicisti, e suonano costantemente in bilico tra tensione ed esplosione. In particolare la vena lunatica di Teri è perfetta rappresentazione di questi contrasti e, sotto il vestito da isterica riot grrrl, in realtà nasconde un lato perversamente sensuale (quasi dark) oltre che una versione luciferina di Robert Plant. Le melodie, la cui imprevedibilità è merito soprattutto di Teri, hanno quel sapore allucinogeno che si assaggia nel bel mezzo dei sogni (o degli incubi); i riff, massicci e pesanti, possiedono la potenza dei Melvins dell’epoca Houdini e Stoner Witch. Lavorare tanto mantiene giovani. Sempre che, come lavoro, si faccia il rocker.
[R.T.]
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Crystal Fairy – Crystal Fairy
(Ipecac Recordings, 2017)

With his usual sense of irony, Buzz Osborne says he does not conceive the ones who work only 8 hours a day, throwing the rest of the day into a futile hobby. Although this is one of his typical mockery, it is undeniable that Buzz is an incredible workaholic. Sooner or later his path has to cross with Omar Rodriguez-Lopez's one, one of the few people who can keep up with him. This collaboration requires other hyper musicians, aware of the work pace imposed by the two bushy heads. Here Dale Crover and Teri Gender Bender (Le Butcherettes) come into the production line. On a record in which Omar plays the bass as a guitar, the two Melvins grind as a steamroller and Teri screams like a mad neurotic, it is clear that these four are not simple workers of the alternative rock world forced to clock in. The passion for their job is perceived thanks to the energy flowing uncontrollable from any crack in the structure of the songs, which - however direct and explosive - are unable to contain the energy of these musicians and constantly sound in balance between tension and explosion. Particularly, Teri's lunatic mood is a perfect representation of these contrasts, and under the hysterical riott grrrl dress, she actually conceals a perverse sensual (almost dark) side, as well as a luciferin version of Robert Plant. The melodies, whose unpredictability is mainly due to Teri, have that hallucinogenic flavour that is felt in the midst of dreams (or nightmares); massive and heavy riffs own the power of Melvins of Houdini and Stoner Witch era. Working so much keeps young. Well, as a job, you do the rocker.
[R.T.]

giovedì 30 novembre 2017

Nudist - 18.11.2017 - Ganz of Bicchio (Viareggio, LU)

 

Nudist - 18.11.2017 - Ganz of Bicchio (Viareggio, LU) 

Chi l'avrebbe detto che l'alluminio potesse suonare così rovente? Che un riff tagliente come l'acciaio potesse bruciarti la carne e strappartela via come se fosse un morso? Le molte sfumature nascoste dietro il post hardcore rumoroso dei Nudist si manifestano attraverso strumenti ideati e costruiti dal chitarrista della band, in cui alluminio e legno convivono e generano un suono che è sintesi dei contrasti tra le sue componenti. Per questo ibrido metallo/materia organica, non può esistere luogo di espressione più adeguato del Ganz of Bicchio. Il minuscolo locale ricavato da un vecchio magazzino è in grado di racchiudere il freddo dell'underground e il calore di una sala familiare con caminetto, con una potenza di fuoco (sonoro) spaventosa e un bilanciamento sempre equilibrato. E' qui che stasera trovano forma le dissonanze disturbanti del trio fiorentino, capace di far convivere con disinvoltura la furia più bestiale e il calore appassionato della melodia. Controtempo stordenti ma sempre carichi di groove, precisione chirurgica, imprevedibilità ritmica e armonica che tanto ricordano il noise rugginoso degli Unsane e delle band di Steve Albini. Il tutto appesantito secondo il moderno verbo post metal. Alla fine della serata scopro che l'alluminio brucia più del legno.
[R.T.]

 

Nudist - 11.18.2017 - Ganz of Bicchio (Viareggio, LU) 

Who could imagine that aluminum could sound so scorching? That a riff, sharp like steel, could burn your flesh and tear it away as if it was a bite? The many shades hidden behind Nudist noisy post-hardcore reveal themselves through tools designed and built by the band guitarist, in which aluminum and wood coexist and create a sound that is synthesis of the contrasts between its components. For this metal/organic matter hybrid, there can be no more suitable place of expression than Ganz of Bicchio. The tiny club born from the ashes of an old warehouse is able to contain the cold of the underground and the warmth of a family room with fireplace, with a terrific (sonic) firepower and with a very good balance. Here, tonight, the disturbing dissonances of the trio from Florence take form. And here the most bestial fury coexist with the passionate heat of the melody. Stunning controtempo, yet always rich in groove, surgical precision, rhythmic and harmonic unpredictability reminiscent of the rusty noise of Unsane and Steve Albini's bands. The whole made heavier in post-metal style. At the end of the night I discover that aluminum burns more than wood.
[R.T.]
 

martedì 28 novembre 2017

Siena Root – A Dream of Lasting Peace


Siena Root – A Dream of Lasting Peace
(MIG, 2017)

Nonostante il nome, l'hard rock non è per niente rigido. In realtà è plasmabile come l’argilla e, se modellato da mani sapienti, può assumere forme sempre nuove, nonostante gli ingredienti di base siano sempre gli stessi. In tempi recenti il Nord Europa (e in particolare la Svezia) è diventato un vero e proprio laboratorio di manipolazione della materia sonora, che è stata più volte riportata alla sua matrice originaria (il blues) per poi essere ricomposta secondo tecniche consolidate a cavallo tra anni '60 e '70, con risultati sorprendentemente freschi e coinvolgenti. I Siena Root non sono certo gli ultimi arrivati in questa corrente di artisti, e con il loro A Dream of Lasting Peace festeggiano il traguardo del sesto full lenght in studio. Pur provenienti dalla fredda Stoccolma, i cinque musicisti impastano un’argilla blues che possiede il colore caldo della terra di Siena, fatto di canzoni in cui l'organo vince spesso il duello con la chitarra, accennando alla libertà dell’improvvisazione, ma senza mai indebolire l’organicità delle canzoni. Per dare forma alla terra, i cinque utilizzano le loro solide radici, costituite da nodi legnosi in cui si intrecciano il sound dei Deep Purple e quello dei Cream (e di molti altri a loro contemporanei, vedi la copertina ricca di esplicite citazioni). Una settimana lontani dai ritmi frenetici del nuovo millennio, isolati nelle sperdute terre del Nord, per catturare lo spirito di un’epoca lontana nel tempo, impastarne gli ingredienti costitutivi e generare, ancora una volta, splendide canzoni rock. Dimostrazione che anche la roccia è plasmabile.
[R.T.]

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Siena Root – A Dream of Lasting Peace
(MIG, 2017)

In spite of its name, Hard rock is not rigid at all. It is actually mouldable like clay and, if shaped by skilled hands, it can take on ever new shapes, even though the basic ingredients are always the same. In recent times, Northern Europe (in particular Sweden) has become a real lab for manipulation of sound matter, which has been repeatedly bring back to its original matrix (blues), and then rebuilt according to well-established techniques of the 60s and 70s, with surprisingly lively engaging results. Siena Root are certainly not the latest in this path, and with their A Dream of Lasting Peace they celebrate the sixth full length in the studio. Although they come from the cold Stockholm, the five musicians mix a blues clay that has the warm color of the soil from Siena (the English umber), made of songs where the organ often wins the duel with the guitar, hinting at the freedom of improvisation, yet never weakening the organic unity of songs. To give shape to the soil, the five use their solid roots, made up of woody knots where the sound of Deep Purple and Cream (and many others contemporaries, as you can easily realize from the album cover, abounding of explicit quotations) are interwoven. A week away from the chaotic rhythms of the new millennium, isolated in the desolate lands of the North, to capture the spirit of a distant era, mix its constitutive ingredients and create gorgeous rock songs once again. Proof that also rock is mouldable.
[R.T.]

sabato 25 novembre 2017

Duel - 10.11.2017 - Cafè Albatross (Pisa)


Duel - 10.11.2017 - Cafè Albatross (Pisa)

E' una di quelle occasioni semplicemente perfette ed imperdibili. Una delle tue band preferite, che inizia il nuovo tour europeo proprio dalla tua città e dal suo unico locale veramente rock. 

E' anche il primo concerto in assoluto con il nuovo batterista, in sostituzione di JD Shadowz, purtroppo impossibilitato a lasciare gli States per questo tour. E quindi, pur avendoli già visti dal vivo 4 volte nell'arco di poco più di un anno, questo quinto live ha comunque il sapore della novità ed è intriso di aspettative.

Appena saliti sul palco dell'Albatross, i Duel mettono subito in chiaro le cose. Anche stasera spaccheranno. E non ce ne sarà per nessuno. L'attacco è con una tripletta dal primo, stupendo, Fears of the Dead, prima di lasciare spazio alla titletrack del nuovo Witchbanger. Fermi i punti cardine della band, anche Justin Collins alla batteria si dimostra  una carta vincente, con un gran bel tiro e potenza, capaci di compensare l'assenza del membro ufficiale (cosa non scontata, vista la bravura e presenza scenica di JD).

Con una scaletta che pesca praticamente alla pari fra i due album - e li ripropone quasi per intero - la band di Austin snocciola riffs, groove e assoli in quantità, facendo surriscaldare l'atmosfera dell'Albatross e di un pubblico davvero super partecipe e preparatissimo. I pezzi si inseguono in rapida successione, senza momenti morti e sempre con grandissimo tiro. Il picco heavy psych è il gran finale con la bellissima Tigers and Rainbows che sfocia nell'ancor (per me) più stupenda Locked Outside - una di quelle canzoni che sembra fatta appositamente per chiudere i concerti, lasciandoti con la voglia di sentire ancora un altro pezzo (e un altro e un altro!)

Quinta volta che li sento dal vivo in poco più di un anno e mezzo e 2 album che spaccano all'attivo, per confermare i Duel come una grandissima band live - sia su un grande palco blasonato (come il Canyon Stage del Desertfest Antwerp), sia sul palco di un piccolo club come l'Albatross. Chi ancora non li ha sentiti, rimedi assolutamente in una delle prossime imminenti date!
[E.R.]

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Duel - 11.10.2017 - Cafè Albatross (Pisa)

It's one of those just perfect and unmissable events. One of your favorite bands beginning its new European tour right from your city and from its only truly rock venue.

It is also the first ever concert with the new drummer, replacing JD Shadowz, unfortunately unable to leave the States for this tour. And so, despite having already seen them live four times in just over a year, this fifth live still has the flavour of novelty and is imbued with expectations.

As soon as they get on Albatross stage, Duel immediately made it clear that they are going to kick the ass tonight too. The attack is a hat-trick of their first, amazing, album Fears of the Dead, before giving way to the title track of the new Witchbanger. Firm the keystones of the band, Justin Collins on the drum is a winning card, mighty and with great groove, able to balance out the absence of the official drummer (not an obvious thing, given JD's skill and stage presence).

With a setlist fishing almost equally from the two album - and almost in their entirety - the Austin band rattles of groove, riffs and solos in great quantity, thus overheating the atmosphere of Cafè Albatross and its truly super-participant and highly prepared audience. Tracks run one after the other in rapid succession, without dead moments and always with great groove. The heavy psych peak is the grand finale with the beautiful Tigers and Rainbows flowing into the (for me) even more amazing Locked Outside - one of those songs that seems to be specially made to close concerts, leaving you with the desire to listen to another one (and another and another!).

The fifth time I hear them live in just over a year and a half and two killer albums in their discography, to confirm Duel as a great live band - both on a big renowned stage (like the Canyon Stage at Desertfest Antwerp) and on the stage of a small club like Cafè Albatross. Who has still not listened to them live, remedy absolutely in one of the next imminent dates!
[E.R.]

mercoledì 22 novembre 2017

Paradise Lost – The Plague Within


Paradise Lost – The Plague Within
(Century Media, 2015)

La fonte dell’eterna giovinezza. I Paradise Lost ne hanno bevuto l'acqua, ritrovando il loro paradiso perduto. Tornati gradualmente già da alcuni anni sul sentiero del death/doom degli esordi, i padri del gothic metal ritornano di colpo ad essere degli adolescenti dalla forza incontenibile con un disco massiccio e muscoloso come The Plague Within. E' però innegabile che le tante esperienze accumulate in più di un quarto di secolo di carriera non sono certo andate perdute. La sensibilità per le melodie romantiche non svanisce dietro ai riff mastodontici, così come la voce pulita di Nick Holmes non è sopraffatta dal suo growl rabbioso - che qui torna protagonista come non accadeva da anni. Mai, però, i Paradise Lost avevano suonato così diretti e impetuosi. La mente matura, in un corpo giovane e forte, genera un disco con lo sguardo rivolto in avanti, mai nostalgicamente ancorato al passato. Dal primo (esaltante!) riff di No Hope In Sight all'epico e tragico crescendo di Return to the Sun, passando per l'oppressivo e funereo incedere di Beneath Broken Earth o per quello devastante di Flesh from Bones, ogni canzone scorre come un fiume - emotivo - in piena, travolgendo qualsiasi cosa incontri lungo il suo percorso. I momenti di riflessione si annidano negli intrecci romantici disegnati dai fraseggi delle due chitarre, ma anche gli istanti più meditativi possiedono una forza e una determinazione che mai ci si aspetterebbe da musicisti da così tanti anni sulla scena. Una rinascita, sotto una veste che è indubbiamente tra le più affascinanti mai indossate dalla band.
[R.T.]
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ParadiseLost – The Plague Within
(Century Media, 2015)

The fountain of eternal youth. Paradise Lost drunk its water, recovering their lost paradise. Gradually back to the path of their death/doom beginnings, gothic metal fathers suddenly come back to their adolescence with unmanageable strength thanks to a massive muscular album like The Plague Within. But it is undeniable that the many experiences collected in more than a quarter of a century of career are certainly not lost. Sensitivity for romantic melodies does not fade behind mastodontic riffs, just as Nick Holmes clean voice is not overwhelmed by his angry growl - which here comes back protagonist as it has not been for years. Though Paradise Lost had never been so direct and impetuous. In a young and strong body, the mature mind creates an album which looks forward and is never nostalgically anchored to the past. From the first (exciting!) riff of No Hope In Sight to the epic and tragic crescendo of Return to the Sun, through the oppressive and funereal pace of Beneath Broken Earth or the devastating one of Flesh from Bones, each song runs like an overflowing - emotional - river, swamping everything it finds along its path. Moments of reflection nest in the romantic interweavings drawn by the phrasings of the two guitars, but even the most meditative moments have got a strength and determination that would never be expected by musicians for so many years on the scene. A rebirth, under a dress that is undoubtedly one of the most fascinating ever worn by the band.
[R.T.]

domenica 19 novembre 2017

Paradise Lost - Medusa


Paradise Lost - Medusa
(Nuclear Blast, 2017)

Pietrificati. Lo sguardo paralizzante di Medusa s'incarna nei riff pesantissimi e opprimenti del quindicesimo album dei Paradise Lost, e ci immobilizza con ritmi rallentati e distorsioni mastodontiche. Uno sguardo magnetico e nichilista che ci pone di fronte alla deprimente realtà di un universo privo di significato. Fedele ai suoi ideali romantici, la band di Halifax lotta per non incrociare lo sguardo della Gorgone (talvolta appoggiandosi ad antiche divinità pagane, altre volte attraverso una strenua tensione verso l'assoluto), ma il tentativo è destinato a fallire (d'altronde, è una band fedele ai suoi ideali doom). Greg Mackintosh e soci mettono in musica questo scontro titanico tra impotenza cosmica e desiderio di liberazione attraverso l'irrazionale con il disco più estremo da loro mai concepito, un ritorno alle origini death/doom metal in cui convivono sfinimento angosciante e potenza travolgente. Da una parte atmosfere sepolcrali, riff schiaccianti, fraseggi malinconici e growl proveniente dall'Aldilà, dall'altra un'impetuosa energia vitale. Dopo la rinascita, avvenuta attraverso The Plague Within (2015), i Paradise Lost chiudono un cerchio, tornando alle atmosfere dei primi anni '90, ma con una forza e un impeto che sono figli del presente.
[R.T.]
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Paradise Lost - Medusa
(Nuclear Blast, 2017)

Petrified. Medusa's paralyzing gaze becomes flesh in the heavy oppressive riffs of Paradise Lost fifteenth album, and immobilises us with slow rhythms and mastodontic distortions. A magnetic and nihilistic look lettings us face the depressing reality of a meaningless universe. True to his romantic ideals, the band from Halifax struggles not to cross the Gorgon's gaze (sometimes relying on ancient pagan gods, sometimes through a dogged tension towards the absolute), but the attempt is destined to fail (after all, it is a band faithful to its doom ideals). Greg Mackintosh & co put into music this titanic clash between cosmic impotence and desire for deliverance through the irrational with the most extreme album they ever conceived, a return to the death/doom metal origins where distressing exhaustion and overwhelming power coexist. On the one hand, burial atmospheres, overwhelming riffs, melancholy phrasings and growl coming from the afterworls, on the other a immense vital energy. After the rebirth, through The Plague Within (2015), Paradise Lost close a circle, returning to the atmosphere of the early 90s, yet with a strenght and passion that are sons of the present.
[R.T.]

mercoledì 15 novembre 2017

Wolves in the Throne Room – Thrice Woven


Wolves in the Throne Room – Thrice Woven
(Artemisia Records, 2017)

Dopo un periodo trascorso in orgoglioso isolamento, che li aveva portati ad abbandonare le esplorazioni atmosferiche del loro black metal in favore di un ambient psichedelico tanto profondamente immerso nelle profondità del Cosmo quanto lontano da quelle dell’Uomo, i fratelli Weaver compongono un’opera che ritrova nello spirito di comunità umana e nei suoi antichi miti la sua forza. Con Thrice Woven le sfuriate black metal del passato vengono risvegliate, ma al tempo stesso arricchite con atmosfere concepibili solo da chi ha intrapreso un percorso sia artistico che spirituale. Quarantacinque minuti in cui le cascate di gelidi riff di chitarra si alternano a vaste aperture di synth e al calore intimo di un chitarra acustica. Una ricchezza musicale che non solo riproduce la ricchezza naturalistica dell’ambiente selvaggio e incontaminato che da sempre affascina la band dello stato di Washington, ma che sembra voler richiamare la ricchezza di una comunità antitetica alla società e ai valori dell’era moderna, e che trae forza da un’antica mitologia. In questo senso sono da intendersi le mistiche litanie di Anna Von Hausswolff e il richiamo della roca voce di Steve Von Till ad un’epoca in cui il disgelo e il conseguente risveglio della Natura rappresentava una vera e propria rinascita per l’intera comunità. Per i Wolves in the Throne Room il rifiuto del materialismo contemporaneo passa attraverso una ricerca spirituale volta a investigare su ciò che si nasconde al di là del visibile. Questa ricerca passa anche attraverso richiami a culture lontane centinaia di anni e migliaia di chilometri - come ad esempio quella norrena - a dimostrazione che non è nell’individualismo che i fratelli Weaver cercano una via di riscatto, bensì nel recupero di uno spirito primordiale naturalmente presente nell’Uomo. Se da sempre i Wolves in the Throne Room si sono occupati di risvegliare l’energia oscura di un mondo misterioso e selvaggio governato dalle leggi della Natura, stavolta sembrano più che mai in grado di raccontare tali forze con la conoscenza di uno sciamano che le ha assorbite in profondità ed è ora pronto a condividerle con altri spiriti affini.
[R.T.]
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Wolves in the Throne Room – Thrice Woven
(Artemisia Records, 2017)

After a period of proud isolation during which they had abandoned the atmospheric explorations of their black metal in favour of a psychedelic ambient so deeply immersed in the depths of the Cosmos as far away from those ones of the Man, Weaver brothers compose a work that finds its strength in the spirit of the human community and in its ancient myths. Thrice Woven awakes black metal outbursts of the past, but at the same time it enriches them with atmospheres which are conceivable only for those who have embarked on a both artistic and spiritual journey. Forty-five minutes during which the falls of gelid guitar riffs alternate with wide openings of synth and with the intimate warmth of an acoustic guitar. A musical wealth that not only reproduces the natural wealth of wild unspoiled environment that has always fascinated the band from Washington State, but that also seems to recall the wealth of a community which is antithetical to the society and values of the modern era, and which draws strength from an ancient mythology. To this end you have to consider the mystical litany of Anna Von Hausswolff and the recall of Steve Von Till at a time when the thaw and the resulting awakening of Nature represented a real revival for the whole community. For Wolves in the Throne Room the rejection of contemporary materialism goes through a spiritual quest to investigate what is hidden beyond the visible. This research also goes through reminders of cultures which are distant hundreds of years and thousands of miles - such as the Norwegian one - to prove that it is not in individualism that Weaver brothers are looking for a way of liberation, yet in the recovery of a primordial spirit, naturally present in the Man. If Wolves in the Throne Room have always awaken the dark energy of a mysterious and savage world ruled by laws of Nature, this time they seem more than ever able to tell such forces with the knowledge of a shaman who has absorbed them deeply and who is now ready to share them with other soul mates.
[R.T.]

domenica 12 novembre 2017

Motorpsycho - 04.11.2017 - The Cage Theatre (Livorno)


Motorpsycho - 04.11.2017 - The Cage Theatre (Livorno)

Niente di superfluo, tutto è essenziale. Questo è il pensiero che pian piano si faceva strada nella mia testa durante le 2 ore e 30 minuti di concerto dei Motorpsycho. E non è considerazione da poco. Soprattutto se si tiene conto di tutta la pubblicità ultra-positiva che aveva anticipato questo evento. Tutti - nessuno escluso! - mi prospettavano un concerto clamoroso ed imperdibile, un live senza eguali. Il rischio della delusione era quindi lì ad un passo: facile rimanere non pienamente appagati dopo una così entusiastica preparazione. Invece no. Tutto quello che mi era stato detto ha trovato esatta corrispondenza in una esibizione che ha confermato tutti i giudizi positivi e - da un punto di vista strettamente personale ed emotivo - li ha anche superati.

Più che un concerto, un'esperienza. Abituata a bands che di solito suonano non più di un'ora, un'ora e mezza, è davvero incredibile trovarsi di fronte ad una formazione che sciorina un set che dura quasi il doppio del tempo e che in nessun momento soffre di cali di intensità. Si arriva alla fine della lunga scaletta senza quasi essersi resi conto di essere rimasti impalati per tutta la sua durata con gli occhi fissi sul palco e le orecchie tese verso ogni singola nota. In questo lasso di tempo una moltitudine di sensazioni ci hanno attraversato e - nel mio caso - esaltato. Si passa da composizioni che sembrano quasi delle colonne sonore, a canzoni che sono trascinanti e potenti come solo certi pezzi intrisi di hard rock psichedelico sanno essere. Ci sono dei crescendo che superano la bellezza di certo post-rock alla GY!BE, e delle dilatazioni che vanno a bussare alla porta del Re Cremisi. Tutto questo grazie all'incredibile bravura - tecnica, ma anche espressiva - di tre musicisti norvegesi (coadiuvati da un bravissimo turnista che si divide fra tastiere, tromba, chitarra e cori) come se ne trovano pochi in giro.

La scaletta si sofferma ampiamente - e giustamente - sul fresco di uscita The Tower. Ma con una ventina di album all'attivo, la band di Trondheim non ha che l'imbarazzo della scelta, e spazia su e giù per quasi trent'anni di storia, pescando pezzi anche dai dischi degli anni '90. E - come nel concerto cui ho assistito esattamente la settimana prima (Paradise Lost, anche loro band ormai trentenne!) - la cosa sorprendente è la perfezione degli incastri fra passato e presente, fra l'infanzia della band e la sua piena maturità, passando per tutte le sue fasi evolutive. Tutto questo con una varietà di sonorità, generi e soluzioni davvero impressionante e che conta pochi concorrenti.

Questo è stato il mio primo (!!!) concerto dei Motorpsycho. Adesso non vedo l'ora di sentirli nuovamente dal vivo!
[E.R.]

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Motorpsycho - 11.04.2017 - The Cage Theatre (Livorno)

Nothing superfluous, everything is essential. This is the thought that slowly got way in my head during the 2 hour and 30 minutes Motorpsycho concert. And this is not of little significance. Especially if you think of all the ultra-positive advertising that had anticipated this event. Everyone - none excluded! - talked about an impressive unforgettable concert, a matchless live. The risk of disappointment was therefore one step away: easy to remain unfulfilled after such an enthusiastic preparation. Absolutely not, instead. All I was told found exact correspondence in a performance that confirmed all the positive judgments and - from a strictly personal and emotional point of view - also overcame them.

More than a concert, an experience. Accustomed to bands usually playing no more than an hour, an hour and a half, it's really amazing to be faced with a trio that shows off a set that lasts nearly twice the time and that never suffers from falls of intensity. You reach the end of the long setlist without ever having realized that you remained wonderstruck for its whole duration with eyes fixed on the stage and ears stretched towards each single note. In this timespan a multitude of sensations have crossed and - in my case - exalted the audience. They range from musical compositions that seem almost like soundtracks, to songs that are as powerful and enthralling as only some pieces of psychedelic hard rock are. There are crescendo that surpass the beauty of that post-rock à la GY! BE, and dilatations knocking on the door of the Crimson King. All this thanks to the incredible - technical, but also expressive - skill of three Norwegian musicians (assisted by a great session man on keyboards, trumpet, guitar and choirs) as you will rarely find around.

The setlist largely - and rightly - focuses on the brand new The Tower. But with about twenty albums, the band from Trondheim is spoilt for choice, and it spans up and down almost thirty years of history, picking also from 90s records. And - as in the concert of exactly the week before (Paradise Lost, even them a thirty-year-old band!) - the amazing thing is the perfect mix of past and present, of the childhood of the band and its full maturity, through all its evolutionary phases. All this with a variety of sound, genres and solutions that is really impressive and counts few competitors.

This was my first (!!!) Motorpsycho concert. Now I cannot wait to hear them live again!
[E.R.]

venerdì 10 novembre 2017

Kadavar – Rough Times


Kadavar – Rough Times
(Nuclear Blast, 2017)

Se si pensa al rock di oggi come al cadavere di quello che fu, questa band tedesca è una delle poche capaci di rimetterlo in piedi e di farlo ballare al ritmo dei primi anni '70. L'incantesimo dei Kadavar in grado di ricomporre la materia musicale in disfacimento e donarle di nuovo vita attraverso canzoni splendide e trascinanti si ripete ancora una volta. Il trio tedesco infonde alla sua creatura musicale un’energia che pochi altri possono vantare in questa epoca di revival dell’hard rock classico. Energia che stavolta si manifesta tanto attraverso la forza fisica (riff possenti, dalle accordature ribassate, ai confini dello stoner) quanto attraverso l’agilità (groove elastico in moto perpetuo) e quella che definirei "forza psichica" (melodie psichedeliche che dilatano e deformano le canzoni). Proprio questa componente "mentale" è il tratto di maggiore personalità di Rough Times, l’aspetto che lo differenzia dai tre album precedenti. La struttura asciutta e scorrevole dei brani è la stessa che aveva reso le canzoni di Berlin degli autentici gioielli. Ma in questo album ci sono anche sviluppi che rifrangono la luce melodica secondo le traiettorie dei Beatles nella seconda parte della loro carriera (non casuale una grezzissima cover di Helter Skelter presente come bonus track). Se per far ballare il cadavere del rock i tre tedeschi si erano inizialmente affidati allo spirito dei Led Zeppelin (che talvolta aleggiava al di sopra dei loro primi due dischi) ormai la personalità dei Kadavar è talmente forte che nuove possessioni spiritiche non fanno che accrescerla.
[R.T.]
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Kadavar – Rough Times
(Nuclear Blast, 2017)

If you think of today's rock as the corpse of what it was, this German band is one of the few that can recover it and make it dance to the rhythm of the early 70s. Kadavar spell, able to recompose the musical material in decomposition and to give it life again through beautiful engaging songs, keeps happening once again. The German trio transmits an energy to its musical creature, which few others in this era of classic hard rock revival can claim. An energy that this time manifests itself through physical force (powerful riffs, lowered tuning, on stoner rock borders) as well as through agility (elastic groove in perpetual motion) and what I could call "psychic force" (psychedelic melodies dilating and deforming songs). Exactly this "mental" component is the most peculiar feature of Rough Times, what differentiates it from the three previous albums. The linear fluid structure of the songs is the same that made Berlin songs real jewels. But in this album there are developments refracting the melodic light according to the trajectories of The Beatles in the second part of their career (the raw mighty cover of Helter Skelter as bonus track is not a mere coincidence). If to make dance the corpse of rock music, in the past the three Germans had been possessed by Led Zeppelin spirit (sometimes floating above their first two records), now Kadavar personality is so strong that any new spirit possessions can only increase it.
[R.T.]

martedì 7 novembre 2017

Mutoid Man - War Moans


Mutoid Man – War Moans
(Sargent House, 2017)

I talk show americani hanno nella demenzialità involontaria la loro ragione di esistere. Il (cattivo) gusto per il trash posseduto da gran parte dei telespettatori è una garanzia di ascolti. Non poteva nascere in altro luogo se non negli USA il primo talk show ad alto contenuto di heavy metal, a base di demenzialità volontaria, spirito dissacratore e musica thrash (non trash!). E un tale spettacolo poteva avere una resident band più adeguata dei Mutoid Man? Neanche per sogno. Perché è davvero dura trovare una band che riesca a prendersi così poco sul serio (e a prendere ancor meno sul serio il proprio genere di ispirazione) quanto i Mutoid Man. E al tempo stesso che spacchi quanto loro! Così un’occhiata a Two Minutes to Late Night è istruttiva per capire quanto sono fusi di testa questi ragazzi, così come un ascolto del loro terzo disco - War Moans - è istruttivo per capire quanto si divertano a pestare pesante e a tutta velocità. Forse meno folle, liquido e imprevedibile dello splendido predecessore (Bleeder), War Moans è ancor più sparato in faccia, e possiede un concentrato di metalli pesanti ancor più elevato. Se Bleeder era il giro della morte su un ottovolante, War Moans è la discesa a tutta velocità (con Dave Grohl travestito da Dave Mustaine sul seggiolino al nostro fianco). Dal thrash metal spaccaossa della title track (alla quale partecipa con uno splendido assolo un certo Marty Friedman) alle accordature ribassate di Date with the Devil, passando per le dissonanze di Wreck and Survive (in quest’occasione l’ospite d’onore è la tenebrosa voce di Chelsea Wolfe) il trio (del quale fanno parte Steve Brodsky dei Cave In e Ben Koller dei Converge) confeziona un divertentissimo spettacolo di cabaret in cui la sacralità del metal è disarcionata e messa a nudo, senza però perdere forza ed energia, ma anzi acquistando una personalità davvero unica in ambito di musica pesante. Un gruppo di nerd invasati del metal che ascoltavano da adolescenti, con senso dell'ironia e mentalità aperta in grado di abbinare sfuriate a rotta di collo e ritornelli orecchiabili, mazzate pesantissime da grezzi headbanger e voci pulite da infanti della musica del demonio.
[R.T.]

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Mutoid Man – War Moans
(Sargent House, 2017)

American talk shows have in unintentional foolishness their reason to exist. The (bad) taste for trash of the greatest part of viewers is a guarantee of high ratings. It was not possible to create the first heavy metal talk show, based on deliberate foolishness, desecrating spirit, and thrash (not trash!) music, in any other place than United States. And could such a show have a better resident band than Mutoid Man? No way. Because it's really hard to find a band that can take itself so little seriously (and that can take so little seriously its inspirational musical genre) as Mutoid Man. And at the same time able to kick ass as much as they did. So watching Two Minutes to Late Night is instructive to figure out how out of their mind these guys are, as well as listening to their third record - War Moans - is instructive to figure out how much they enjoy playing heavy and fast. Maybe less crazy, liquid and unpredictable than its beautiful predecessor (Bleeder), War Moans is even more fired in the face, and has got an even higher concentrate of heavy metal. If Bleeder was the lap of death on a roller coaster, War Moans is the fall at full speed (with Dave Grohl disguised by Dave Mustaine on the seat at our side). From the bonecrusher thrash metal of the title track (with a wonderful solo by Marty Friedman) to the downtuned riffs of Date with the Devil, passing through the dissonances of Wreck and Survive (guest Chelsea Wolfe's tenebrous voice) the trio (featuring Steve Brodsky of Cave In and Ben Koller of Converge) create a hyper-funny cabaret show where metal sacredness is unhorsed and bared, without losing power and energy, yet rather acquiring a truly unique personality in heavy music world. A band of nerds, fanatics of that metal listened during adolescence, with such a sense of irony and open mentality, that could match a fit of anger at full speed with a catchy chorus, heavy blows typical of headbangers with clean voices typical of demonic music infants.
[R.T.]

sabato 4 novembre 2017

Paradise Lost + Pallbearer + Sinistro - 28.10.2017 - Phenomenon (Fontaneto d'Agogna, NO)

 

Paradise Lost + Pallbearer + Sinistro - 28.10.2017 - Phenomenon (Fontaneto d'Agogna, NO)

Nella (almeno per me!) sperduta campagna novarese si tiene l'unica data italiana di una delle band fondamentali del doom degli anni '90 - e non solo! - accompagnata da due bands che, con le loro diverse peculiarità, rappresentano le nuove leve e le nuove direttrici di questo genere.

I primi sul palco sono i portoghesi Sinistro. Una grande, emozionante, rivelazione. Capitanata da Patricia Andrade, alla voce e alla recitazione, la band di Lisbona cattura e catalizza lo spettatore. Le melodie doom, dai toni darkwave e dalle suggestioni che richiamano il Fado, prendono forma fisica grazie all'incredibile voce ed interpretazione della incontenibile front-woman. Se ogni colpo di batteria, così come ogni riff di chitarra, è potente e penetrante, altrettanto (e forse ancora di più) lo sono le linee vocali dell'istrionica cantante, che attraverso molteplici percorsi liberano tutto lo spettro espressivo della sua voce. Per chi non li conosce, un primo incontro sotto il palco potrebbe essere il classico colpo di fulmine!

Seconda volta in poco più di sei mesi per i Pallbearer, per confermarli come grande band, anche dal vivo. Così è stato! I 4 di Little Rock mi conquistano anche questa volta. La voce di Brett Campbell risuona potente e praticamente perfetta nella sua particolare timbrica, e si arrampica su tonalità sempre più alte, senza risentire minimamente della vertigine. Notevoli anche i cori e i controcanto di Holt e Rowland: rari nelle band odierne, soprattutto dal vivo. La scaletta è varia, e si sofferma poco sul nuovo - bellissimo - Heartless. Sembra strutturata per porre l'accento sull'onda emotiva e quasi "epica" che i loro riffs sono capaci di suscitare nell'ascoltatore, attraverso un doom che non è appiattito sui cliché del genere, ma che al contrario si nutre ed arricchisce di spunti quasi prog, di aperture dalle atmosfere quasi oniriche. Una band da ricercare dal vivo e da tenere d'occhio per i successivi album.

Ed infine i tanto attesi Paradise Lost. Tanto attesi sia per la band in sé, sia perché rientravano (fino a questo concerto!) fra quelle bands che per un motivo o per un altro non riuscivo mai a vedere dal vivo. Ero sicura che fosse una mancanza cui rimediare quanto prima. Adesso ne ho la certezza. Con 15 album studio all'attivo e una carriera - ormai - trentennale, i Paradise Lost sono a pieno titolo uno dei pilastri del Doom, soprattuto di quello con connotazioni Death e Gothic. Ma la band di Halifax non è solo un'icona della storia recente: il quintetto capitanato da Nick Holmes alla voce è vivo e vegeto e armonizza perfettamente il suo passato ed il suo presente. L'appena pubblicato Medusa e il suo diretto predecessore The Plague Within occupano insieme metà dell'incredibile scaletta di stasera, e si impongono per la loro potenza, il loro tiro e un cantato più aggressivo, graffiante e dalle tonalità più basse. Accanto a loro una selezione da quasi tutta la loro carriera (restano fuori solo i primi due album, Lost Paradise e Gothic), che brilla per la sua tragica e cristallina bellezza, e per il cantato drammatico e quasi recitativo di Holmes. Non è facile continuare ad essere attuali dopo 3 decadi, ed è ancor più difficile riuscire a far convivere dal vivo le varie evoluzioni di 3 decenni di musica. I Paradise Lost ci sono riusciti.
[E.R.]

 

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Paradise Lost + Pallbearer + Sinistro - 10.28.2017 - Phenomenon (Fontaneto d'Agogna, NO)

I travel to the (at least for me!) isolated Novara countryside for the only Italian tour date of one of the fundamental doom bands of the '90s - and not only! - supported by two bands that, with their different peculiarities, represent the new entities and new guidelines of this genre.

First on stage the Portuguese Sinistro. A great, exciting, revelation. Captained by Patricia Andrade, voice and acting, the Lisbon band captures and catalyses the audience. Doom melodies, with darkwave tones and Fado suggestions, take physical shape thanks to the incredible voice and interpretation of the irrepressible front-woman. If every drum shot, as well as any guitar riff, is powerful and penetrating, likewise (and perhaps even more) are the vocal lines of the histrionic singer, releasing all the expressive spectrum of her voice through multiple paths. For those who do not know them, a first encounter under the stage could be the classic love at first sight!

Second time in six months for Pallbearer, to confirm them as a great band, even live. So it was! The four of Little Rock enchant me also this time. Brett Campbell's voice sounds powerful and essentially perfect in its particular timbre, and climbs on ever higher tones, without the slightest of vertigo. Also outstanding are Holt and Rowland's choirs and counter melodies: rare in today's bands, especially live. The setlist is varied, and it focuses little on the new - beautiful - Heartless. It seems structured to emphasize the emotional and almost "epic" wave that their riffs are able to elicit in the listener through a doom that is not flattened on the clichés of the genre, but which on the contrary feeds and enriches itself with almost prog hints, with openings of almost dreamlike atmospheres. A band you should be looking for live shows and a band you should check out for the following albums.

And finally, the long-awaited Paradise Lost. So much for the band itself and because they were (up to this concert!) among those bands that for one reason or another I never managed to see live. I was sure it was a lack to fix as soon as possible. Now I'm sure. With 15 studio albums and a thirty-year-long career, Paradise Lost are one of the pillars of Doom, especially the one with Death and Gothic connotations. But the band from Halifax is not just an icon of the recent history: the quintet headed by Nick Holmes is alive and kicking and perfectly harmonizes its past and present. The newly released Medusa and its direct forerunner The Plague Within occupy half of the incredible setlist, and they stand out for their power, groove, and a singing which is more aggressive, scratching and on lower tones. Next to them a selection from almost all of their career (with the only exception of the first two albums, Lost Paradise and Gothic), which shines for its tragic and crystalline beauty, and for Holmes' dramatic and almost recitative singing. It is not easy to continue to be up-to-date after 3 decades, and it is even harder to be able to bring together live the various evolutions of 3 decades of music. Paradise Lost have succeeded in this task.
[E.R.]