lunedì 30 aprile 2018

Roadburn 2018 - Day 1

 

 

Roadburn 2018 - Day 1
[Harsh Toke + Cult of Luna & Julie Christmas + Converge + Årabrot + Waste of Space Orchestra]

I 1300 km di strada che ci portano a Tilburg sono completamente diversi da quelli attraversati l’anno scorso. Nessuna tempesta di neve, nessuna coda chilometrica di camion. Più ci avviciniamo alla meta, più il Sole è abbagliante e le strade sono libere. Il San Diego Takeover ha fatto il suo effetto. Arrivati nella città olandese, ci rendiamo conto che l’ampio spazio che l’edizione di quest’anno dedicherà alla scena psichedelica di San Diego ha modificato il clima del luogo, rendendolo davvero californiano. Mancano solo le palme e la spiaggia. I 30 °C ci sono già.

Ci impossessiamo del mitico braccialetto, chiave di accesso imprescindibile per le meraviglie dei prossimi 4 giorni, e poi cerchiamo refrigerio nel buio del Main Stage dello 013. Qui ci attende una lunga notte scandinava, illuminata da aurore boreali.

Sì, perché ad inaugurare il palco principale ci pensano i Waste of Space Orchestra: super-combo nato dall'unione dei finlandesi Oranssi Pazuzu e Dark Buddha Rising. E per fugare subito ogni dubbio, va detto che l'unione delle due band non è semplice somma delle parti, bensì un'entità veramente terza e potenziata. Si oscilla fra pesantezza oscura e luci che spaziano dal profondo dei buchi neri al bagliore frastornante di stelle incandescenti. Tre voci si alternano, potenti e aliene (strabiliante quella androgina di Marko Neuman), per condurci attraverso il mare in tempesta di riff e fraseggi dissonanti. L’equipaggio è composto da dieci musicisti (due batterie e due tastiere), una sorta di vascello crimsoniano disperso in un mare ghiacciato. Un progetto nato appositamente per questo festival (e per il quale è stato creato un allucinante accompagnamento video) che coinvolge gli amanti dei suoni più sperimentali, lasciando sperare in un disco live di questa inedita (e indimenticabile) esperienza.

Passaggio obbligato sotto il sole per andare a rinchiuderci dentro l'Het Patronaat per gli Årabrot. L'atmosfera dell'ex chiesa è pervasa da un caldo quasi asfissiante che fa una strana accoppiata con la band norvegese e le sue canzoni figlie delle lunghe notti scandinave e venate di atmosfere gelide e oscure. Il caldo si appiccica addosso come le sensazioni sgradevoli emanate dal loro noise rock sporcato di darkwave, e la voce di Kjetil Nernes è quella di un parroco perverso, zuppo di sudore e cattive vibrazioni. La prima parte del set è incentrata sul bellissimo The Gospel, ma è la seconda parte quella che convince ancora di più, grazie ad una compattezza e ad un incedere veramente incredibili. La lunga sequenza quasi noise, dal carattere di jam convulsa, che chiude l'ultimo brano in scaletta, è davvero l'acme di questo concerto.

Il nostro convoglio torna sui suoi passi, di nuovo al Main Stage, perché è il momento del primo dei due concerti dei Converge. Quest'anno Jacob Bannon è il curatore del festival e la sua band ha in programma due show, entrambi dedicati all'esecuzione integrale di uno dei loro album. Oggi è il turno dell'ultimo, stupendo, The Dusk in Us. L'aspettativa è alta ed è pienamente ripagata. Le 13 canzoni scorrono davanti a noi e nelle nostre orecchie come un flusso di coscienza, interrotto soltanto dalle didascalie delle parole di Bannon. Compatti e violentissimi, ma non per questo privi di un cuore emotivo, in canzoni come la title-track e Thousand Of Miles Between Us commuovono letteralmente per la loro toccante e vibrante bellezza. Un'esperienza unica.

Ma se stiamo già volando alti, il momento più estasiante della giornata arriva con i Cult of Luna & Julie Christmas che eseguono per intero il loro Mariner. Quasi non ci crediamo. Tutto l'album. Con Julie Christmas. Una delle cantanti che più abbiamo adorato, fin dai tempi dei Battle of Mice e dei Made Out of Babies. E davvero non avevamo idea di cosa ci aspettasse dal vivo. Così come non se lo poteva aspettare il pubblico che riempie lo 013 ai massimi livelli, per quella che viene annunciata come l’ultima possibilità di sentire questa collaborazione dal vivo (evento peraltro estremamente raro anche in passato). La voce di Julie Christmas è una vera rivelazione. Potente, emozionante e versatile, nel suo alternarsi di isteria e delicatezza. Se su disco impressiona, dal vivo rapisce. Impossibile non rimanere imbrigliati nella rete delle melodie schizofreniche che crea e muta costantemente, con incredibile facilità. I Cult of Luna si dimostrano musicisti molto più maturi e consolidati di quando li vedemmo nel lontano 2007, e il risultato è un post metal futuristico, spaziale e apocalittico, a dir poco toccante. Un concerto unico, che lascia la sensazione di aver davvero assistito ad un'esperienza difficilmente ripetibile.

C'è il tempo di tornare sulla Terra e rendersi conto che fuori tutto sommato il cielo non è ancora sprofondato nella notte, l’aria di San Diego è ancora lì, fa ancora caldo, e abbiamo ancora bisogni terreni che saziamo fra le viuzze del festival, circondati da appassionati come noi, respirando questa bellissima atmosfera di assoluto relax che per quattro giorni sospende lo spazio ed il tempo.

Per continuare su questa lunghezza d'onda, niente di meglio che chiudere la serata con gli Harsh Toke. Sono le 23:30, ma l'atmosfera all'Het Patronaat è ancora surriscaldata. Il San Diego Takeover ha davvero portato in Olanda la sua onda lunga e le sue spiagge assolate. Nella passata edizione il quartetto aveva dedicato il suo set a Roky Erickson e ci aveva fatto rivivere tutta la bellezza ed intensità della psichedelia del passato. Quest'anno in programma ci sono i loro pezzi, ma l'essenza non cambia. I quattro ti trascinano a bordo del loro skateboard spaziale e fanno di tutto per non farti scendere mai. Ed in effetti, rapito dal giro di basso di Light Up and Live e con la mente attorcigliata intorno agli assoli delle chitarre, non vorresti proprio scendere mai.

Come chiudere in bellezza una prima giornata densa di emozioni le più disparate. E siamo solo al primo giorno!

[E.R.+R.T.]

  

 

 

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Roadburn 2018 - Day 1
[Harsh Toke + Cult of Luna & Julie Christmas + Converge + Årabrot + Waste of Space Orchestra]

The 1,300 km road leading us to Tilburg is completely different from that crossed last year. No snowstorm, no endless queue of trucks. The closer we get to the goal, the more the Sun is dazzling and roads are free. San Diego Takeover has made its effect. Arrived in the Dutch city, we realize that the large space that this year's edition will dedicate to the psychedelic scene of San Diego has changed the climate, making it truly Californian. Only palms and beach are missing. 30 °C are already there.

We seize the legendary wristband, key access essential for the wonders of the next 4 days, and then wee look for a bit of relief in the darkness of the Main Stage at 013. Here we have a long Scandinavian night, lit by aurora borealis.

Indeed, the main stage will be inaugurated by Waste of Space Orchestra: super-combo born from the union of the Finns Oranssi Pazuzu and Dark Buddha Rising. And to immediately dispel any doubt, it must be said that the union of the two bands is not a simple sum of the parts, but a really third and strengthened entity. It oscillates between dark heaviness and lights that range from the depths of black holes to the dazzling glow of incandescent stars. Three voices alternate, powerful and alien (amazing Marko Neuman androgynous one), leading us through the stormy sea of riffs and dissonant phrasings. The crew is composed of ten musicians (two drums and two keyboards), a sort of Crimsonian vessel dispersed in a frozen sea. A project specifically created for this festival (and for which amazing videoclips have been created) that involves lovers of the most experimental sounds, leaving hope in a live record of this unprecedented (and unforgettable) experience.

Compulsory passage under the sun to go and lock us up in Het Patronaat for Årabrot. The atmosphere of the former church is pervaded by an almost suffocating heat that makes a strange pair with the Norwegian band and its songs born in the long Scandinavian nights, marked with frozen dark atmospheres. Heat sticks on us like the unpleasant feelings emanating from their darkwavish noise rock, and Kjetil Nernes's voice is that of a perverse vicar, soaked with sweat and bad vibes. The first part of the set focuses on the beautiful The Gospel, but it is the second part that convinces even more, thanks to truly incredible compactness and gait. The long almost noise sequence, with a convulsive jam character, closing the last song of the set, is really the acme of this concert.

Our convoy retraces its steps, back to the Main Stage, because it is time of the first of the two Converge concerts. This year Jacob Bannon is the curator of the festival and his band has two shows scheduled, both dedicated to the full performance of one of their albums. Today is the turn of the latest, wonderful, The Dusk in Us. The expectation is high and is fully repaid. The 13 songs flow in front of us and in our ears like a stream of consciousness, interrupted only by the captions of Bannon's words. Compact and violent, yet not without an emotional heart, as songs like the titletrack and Thousand Of Miles Between Us literally move for their touching and vibrant beauty. A unique experience.

But if we are already flying high, the most enthralling moment of the day arrives with Cult of Luna & Julie Christmas performing their Mariner in its entirety. We almost do not believe it. The whole album. With Julie Christmas. One of our most beloved singers since the times of Battle of Mice and Made Out of Babies. And we really had no idea what was waiting for us live. Just as the audience filling the 013 at the highest levels could not expect it, for what was announced as the last chance to listen to this collaboration live (extremely rare event also in the past). Julie Christmas's voice is a true revelation. Powerful, exciting and versatile, in its alternation of hysteria and delicacy. If on albums it is impressive, live it fascinates the listener. Impossible not to be harnessed in the network of schizophrenic melodies she creates and constantly changes, with incredible ease. Cult of Luna prove to be much more mature and consolidated musicians than when we saw them live in 2007, and the result is a futuristic, spatial and apocalyptic post-metal, to say the least, touching. A concert which can really be defined as unique and which leaves the feeling of having witnessed an experience unlikely to be repeated.

There is time to return to Earth and realize that all in all the sky has not yet sunk into the night, San Diego climate is still there, it is still hot, and we still have earthly needs that we feed in the streets of the festival, surrounded by enthusiasts like us, breathing this beautiful atmosphere of absolute relax that for four days suspends space and time.

To continue on this mood, nothing better than closing the evening with Harsh Toke. It's 11:30 pm, but the atmosphere at Het Patronaat is still overheated. San Diego Takeover really brought its long wave and its sunny beaches to Holland. In the last edition the quartet had dedicated its set to Roky Erickson and made us relive all the beauty and intensity of the psychedelia of the past. This year there are their songs, but the essence does not change. The four drag you on board their space skateboard and do everything to never get you off. Indeed, enraptured by the bass ride of Light Up and Live and with the mind twisted around the guitar solos, you would never really want to go down.

How to perfectly end a first day full of the most varied emotions. And it's only the first day!

[E.R.+R.T.]
 

 

 






venerdì 27 aprile 2018

Black Rainbows + Sonic Wolves - 07.04.2018 - Cox 18 (Milano)

 

Black Rainbows + Sonic Wolves - 07.04.2018 - Cox 18 (Milano)

Poco pare cambiato da quel dicembre 2006 in cui per la prima volta misi piede al Cox 18. Fa piacere trovarsi in questo baluardo della controcultura milanese, ancora una volta per un concerto di psichedelia pesante, sperando che non sia l'ultima volta. Ai tempi fu per i Toner Low, stavolta per i nostrani Black Rainbows e Sonic Wolves.

A friggerci i timpani cominciano i Sonic Wolves, il cui assalto sporco e polveroso è un atto di rivolta nei confronti del rock più convenzionale e patinato e un atto di amore nei confronti di quello più viscerale e sincero. E’ un piacere lasciarsi trasportare dalle cavalcate più dirette, quelle in cui si respira l'alito alcolico di Lemmy, e anche se Vita non sempre è precisissimo (ammette lui stesso di essere spossato dal tour con gli Ufomammut appena concluso) e la voce di Kayt non risuona potente come ci aspetteremmo, le canzoni hanno tiro a profusione, senza disdegnare passaggi psych, che nella titletrack del loro Before The End Comes raggiungono l'equilibrio perfetto suonando davvero trascinanti.

Il palco è poi dei Black Rainbows. La band romana presenta il nuovo, appena pubblicato, Pandaemonium. Bastano pochi secondi per rendersi conto che la band di Gabriele Fiori ha fatto il salto di qualità. Fuzz a palla, riff travolgenti, tiro spaventoso, e un vero e proprio fiume di energia sbattuta in faccia al pubblico. Sarà per la presenza del nuovo batterista (Filippo Ragazzoni), dal tocco decisamente più quadrato, potente e groovoso, meno sciolto, fluido e settantiano rispetto a quello di Al Croce, ma forse più adatto al boost dei brani più heavy della band (senza però inficiarne i passaggi più space). Sarà per alcuni nuovi pezzi, a dir poco mastodontici (Grindstone è un caterpillar che lascia esterrefatti!). Sarà per una maturità definitivamente raggiunta dalla band, anche in veste live. Fatto sta che mai, nei precedenti concerti della band cui avevo assistito, il risultato era stato tanto esaltante. Concludo la serata zuppo di sudore, con gli orecchi che fischiano e le gambe che non riescono a star ferme. E con la consapevolezza che band come queste e un luogo come questo debbano essere difesi con orgoglio da tutto il popolo sinceramente alternativo.
[R.T.]
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Black Rainbows + Sonic Wolves - 04.07.2018 - Cox 18 (Milano)

Little seems to have changed since that December 2006 when I first stepped into Cox 18. It is awesome to be in this bulwark of the Milanese counter-culture, once again for a heavy psychedelic concert, hoping it will not be the last time. At the time it was for Toner Low, this time for our Black Rainbows and Sonic Wolves.

Our eardrums begin to fry with Sonic Wolves, whose dirty and dusty assault is an act of revolt against the more conventional and glossy rock and an act of love towards the most visceral and sincere one. It is a pleasure to be transported by the most direct rides, those in which you breathe Lemmy alcoholic breath, and even if Vita is not always that precise (he admits to be a bit exhausted because of the just ended tour with Ufomammut) and the voice of Kayt does not resonate as powerful as we would expect, songs have got plenty of groove, without disdaining psych passages, which in the titletrack of their Before The End Comes reach the perfect balance sounding really enthralling.

Then the stage is all for Black Rainbows. The band from Rome presents their brand new Pandaemonium. Only a few seconds to realize that Gabriele Fiori band has made the leap in quality. Fuzz up to the max, overwhelming riffs, amazing groove, and a real river of energy slammed into the face of the audience. It may be due to the new drummer (Filippo Ragazzoni), with a certainly more square, powerful and groovy touch, definitely less loose, fluid and seventish than Al Croce one, but perhaps more suited to the boost of band heavier songs (yet without undermining their most space passages). It may be due to some of the new tracks, to say the least mammoth-like (Grindstone is a caterpillar leaving you gobsmacked!). It may be due to a maturity definitively achieved by the band, even in live show. The fact is that ever, in the previous concerts of the band I had attended, the result had been so exciting. I end this evening soaked in sweat, with ears that whistle and legs that cannot stand still. And with the awareness that bands like these and a venue like this should be defended with pride by all the sincerely alternative people.
[R.T.]

martedì 17 aprile 2018

Weedpecker - III


Weedpecker - III
(Stickman Records, 2018)

Facile, nel 2018, scomporre un raggio di luce (sonora) in un arcobaleno, dopo avergli fatto attraversare un prisma di vetro. Il primo esperimento del genere è ormai entrato nella storia (del rock). Molto più complesso e originale - anche se negli ultimi tempi sono nati molti laboratori impegnati in questo tipo di ricerca - fare la stessa cosa con un prisma di pietra. I Weedpecker si dimostrano degli eccellenti scienziati della fisica delle onde, e riescono a rendere rifrangenti, a tratti perfino trasparenti, ammassi rocciosi densi e compatti. I risultati dei loro esperimenti sorprendono. La robustezza delle rocce magmatiche del loro stoner rock diventa inaspettatamente leggera e luminosa come il cristallo sottile. La band polacca maneggia queste pietre come se fossero minuscoli sassi da lanciare sull’acqua per farli rimbalzare sulla superficie, fino a farli levitare in aria come in un quadro di Magritte. Le melodie luminose (riflessi dei primi Tame Impala) che colpiscono queste pietre vengono nebulizzate e scomposte in arcobaleni (riflessi degli ultimi Elder) fino a tuffarsi in una pentola piena d'oro (lo splendido finale di Embrace, degno erede del prisma più famoso del rock). III si candida per il premio Nobel della fisica 2018, ma soprattutto si dimostra una delle migliori composizioni psichedeliche degli ultimi tempi.
[R.T.]
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Weedpecker - III
(Stickman Records, 2018)

In 2018 it's easy to decompose a ray of (sound) light into a rainbow, after having made it through a glass prism. The first experiment of this kind has now entered history (of rock). Much more complex and original - although in recent times many laboratories engaged in this type of research were born - doing the same thing with a stone prism. Weedpecker prove to be excellent scientists in the physics of waves, and they are able to make dense compact rock masses refracting, sometimes even transparent. The results of their experiments are surprising. The strenght of the magmatic stones of their stoner rock becomes unexpectedly light and bright like thin crystal. The Polish band manipulates these stones as if they were tiny pebbles to be thrown on the water to make them bounce on its surface, until they levitate in the air as in a painting by Magritte. The luminous melodies (reflections of the first Tame Impala) that hit these stones are nebulized and decomposed into rainbows (reflections of the last Elder) until they dive into a pot full of gold (the splendid final of Embrace, worthy heir of the most famous prism of rock). III is a candidate for the Nobel Prize in Physics 2018, but above all it proves to be one of the best psychedelic albums in recent times.
[R.T.]

giovedì 12 aprile 2018

Wedge - 31.03.2018 - Cafè Albatross (Pisa)


Wedge - 31.03.2018 - Cafè Albatross (Pisa)

Chi è rimasto a casa per il maltempo, e chi mancava per le vacanze pasquali, si è davvero perso una fantastica serata di puro rock. Impregnati di tutto quello che di bello ci hanno regalato gli anni '70, i Wedge attualizzano e rendono ancora vivo ed energico un genere che rischierebbe di essere puro revival. E se già nell'appena uscito Killing Tongue tutto questo era chiaramente messo per scritto (anzi per "inciso"), il concerto di stasera ha decisamente enfatizzato la vivacità artistica di questa band sottolineandone valore e bravura. La chitarra di Kiryk Drewinski è l'anima di questo trio e l'essenza delle loro canzoni. Tanto i riffs, quanto i fraseggi e gli assoli, vibrano di pura energia elettrica e rendono impossibile tenere i piedi fermi davanti al palco. E se le tastiere (che si alternano con il basso e a volte lo rimpiazzano alla Doors maniera) impolverano di fascino vagamente psych i pezzi del trio berlinese, la batteria micidiale e carica di tiro di Holger “The Holg” Grosser è quella forza motrice che fa la differenza con molte altre band del genere e dal vivo detta tutto un altro passo al set. Un'ora di musica tutta d'un fiato, in cui i pezzi del nuovo album si alternano con quelli dell'omonimo debut, e a cui si aggiunge un quarto d'ora di boogie come bis premio per il non numeroso, ma certo caloroso, pubblico. Un concerto intimo - per il locale e per il pubblico presente - ma con tutta la bellezza e l'impatto di un set in scaletta al Desertfest. 
[E.R.]
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Wedge - 03.31.2018 - Cafè Albatross (Pisa)

Those who stayed at home for bad weather, and those who were on Easter holidays, really missed a fantastic evening of pure rock. Impregnated with all the beauty that the 70s gave us, Wedge actualize and make alive and energetic a genre that risks being pure revival. And if in the just released Killing Tongue all this was clearly written (or rather "pressed"), tonight's concert has definitely emphasized the artistic liveliness of this band highlighting its value and skill. Kiryk Drewinski's guitar is the soul of this trio and the essence of their songs. Riffs, phrasings and solos vibrate with pure electric energy and make it impossible to keep your feet still in front of the stage. And if keyboards (which alternate with the bass and sometimes replace it as Doors used to do) scatter vaguely psych charm on the songs of the Berlin trio, Holger "The Holg" Grosser killing groovy drums are that driving force that makes the difference with many other bands of the genre and gives a completely different pace to the set. An hour of music all in one breath, in which the tracks of the brand new album alternate with those of the homonymous debut, and to which is added a quarter of an hour of boogie as a prize for the not numerous, but certainly warm, audience. An intimate concert - for the venue and for the spectators - but with all the beauty and impact of a set scheduled at Desertfest.
[E.R.]

martedì 10 aprile 2018

All Them Witches - Sleeping Through the War


All Them Witches - Sleeping Through the War
(New West Records, 2017)

La musica degli All Them Witches è sfuggente e scivola tra i timpani senza che il cervello riesca a imprimerla lungo reti neurali già precostituite. Con i suoi arpeggi liquidi che talvolta evaporano in sommessi sottovoce, mentre altre volte esplodono in tempeste di fuzz o si frattalizzano in groovosi labirinti ritmici, scava pian piano nuove strade, riadattando i vecchi circuiti di tanti anni di musica psichedelica. Circuiti nati proprio sulla spinta destabilizzatrice di una musica che cercava di spalancare le porte della percezione, ma che, dopo tanti anni di ascolti, rischiano di sclerotizzarsi, ormai abituati alle solite formule percettive. Invece questi quattro ragazzi di Nashville regalano nuovo cibo per la nostra corteccia cerebrale, e ne percorrono i solchi con un rock più istintivo che razionale, con il risultato di farci riaprire il terzo occhio, sonnecchiante da troppo tempo. La sostanza sintetizzata dalla band (che se assunta dal vivo possiede un potere decisamente maggiore) apre nuovi cancelli nella mente mettendo in comunicazione continua e bidirezionale i due emisferi cerebrali. Il tocco caldo degli strumenti scioglie l’incedere apatico della voce (come se i Velvet Underground fossero nati a San Francisco), mentre la diluita morbidezza di certe nuvole psichiche si addensa in massicce distorsioni stoner e le ripetizioni ossessive si scompongono in passaggi rumorosi. Un’esperienza uditiva per lo sviluppo della mente.
[R.T.]
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All Them Witches - Sleeping Through the War
(New West Records, 2017)

All Them Witches music is elusive and slips through the eardrums while the brain is unable able to imprint it along already pre-constituted neural networks. With its liquid arpeggios sometimes evaporating in subdued whispers, sometimes exploding in fuzz storms or fractalizing in groovy rhythmic labyrinths, it slowly digs new roads, re-adapting the old circuits of so many years of psychedelic music. Circuits born precisely on the destabilizing push of a music that tried to open the doors of perception, but that, after so many years of listenings, risk to become sclerotized, at this point they are accustomed to the usual perceptual formulas. Instead, these four guys from Nashville give new food to our cerebral cortex, and they run through the sulcus with a more instinctive than rational rock, with the result of making us reopen the third eye, slumbering for too long. The substance synthesized by the band (which if taken live has a much greater power) opens new gates in the mind by putting in continuous and bidirectional communication the two cerebral hemispheres. The warm touch of the instruments melts the apathetic gait of the voice (as if the Velvet Underground were born in San Francisco), while the diluted softness of certain psychic clouds thickens into massive stoner distortions and the obsessive repetitions are broken up into noisy phrasings. An auditory experience for the development of the mind.
[R.T.]

venerdì 6 aprile 2018

Unsane – Sterilize


Unsane – Sterilize
(Southern Lord, 2017)

Se la scena musicale indipendente pare aver perso la spinta sovversiva e destabilizzante degli anni '80 e dei primi anni '90, gli Unsane - anima del lato più efferato del movimento noise rock newyorkese di quell'epoca - ritornano oggi con un disco sporco, infetto, tossico, tutt’altro che sterilizzato. Con canzoni macchiate di sangue, come ai tempi in cui mettevano in musica i bassifondi della metropoli, il trio ci assale con chitarre dagli spigoli rugginosi, nelle quali le corde si tendono ai limiti della dissonanza senza perdere impatto e furia. La voce di Chris Spencer è abrasiva, la sezione ritmica (Dave Curran – Vince Signorelli) è una raffica di colpi nello stomaco. Colpi che non arrivano a sorprenderci, dopo tanti anni di violenza urbana cantati dalla band, ma dai quali è comunque impossibile difendersi, per la loro, immutata, aggressività. Anche se Sterilize è un disco costruito a distanza, con i tre membri sparsi per gli Stati Uniti, continua a possedere l’odore della notte della Grande Mela, e brilla del riflesso che le luci al neon della metropoli proiettano in una pozza di sangue.
[R.T.]
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Unsane – Sterilize
(Southern Lord, 2017)

If the independent music scene seems to have lost the subversive and destabilizing drive of the 80s and early 90s, the Unsane - the soul of the most heinous side of the New York noise rock movement of that time - come back today with a dirty infected toxic album, anything but sterilized. With songs stained with blood, as in the days when they put in music the slums of the metropolis, the trio assaults us with guitars with rusty edges, in which strings tend to the limits of dissonance without losing impact and fury. Chris Spencer voice is abrasive, the rhythm section (Dave Curran - Vince Signorelli) is a spray of gunfire in the stomach. Shots that do not come to surprise us, after so many years of urban violence sung by the band, but from which it is impossible to defend ourselves, due to their unchanged aggression. Although Sterilize is a remote-built record, with the three members scattered across the United States, it still has the nightly smell of the Big Apple, and it shines with the reflection that neon lights of the metropolis project into a pool of blood.
[R.T.]

mercoledì 4 aprile 2018

Mantar – Ode to the Flame


Mantar – Ode to the Flame
(Nuclear Blast, 2016)

Chitarra e batteria, l’una di fronte l’altra in una sfida all’ultimo sangue. Occhi fissi sull’avversario, come un duello western. Il feedback rumoroso è lo stratagemma che il chitarrista utilizza per far crescere la tensione prima che tutto esploda. L’attesa finisce quando il suo avversario seduto dietro le pelli parte alla carica. In un attimo siamo travolti da una scarica di riff, l’attesa è finita. Ci troviamo nel bel mezzo di una battaglia nella quale verranno versati litri e litri di sudore, molte corde si spezzeranno e bacchette voleranno in aria. Non saranno fatti prigionieri. Un assalto frontale nel quale non manca la spinta propulsiva del groove e quella distruttrice del rumore. E’ nel momento della detonazione che ci accorgiamo che le due armate non sono contrapposte, ma sono alleate tra loro, e il nemico siamo noi. L’assalto nei confronti dell’ascoltatore è diretto come un pugno in faccia. Punk nell’anima, heavy metal nel corpo. Primitivo, bestiale. Come la carica di una cavalleria assetata del sangue dei nemici, con i cavalli ferrati da un certo Lemmy, e con ferri forgiati dai Venom. Anche quando il ritmo rallenta, le mazzate non perdono forza, e sono grondanti di sangue e terra, come se provenissero dalla scena sludge di New Orleans. Tipicamente tedeschi, i due combattenti (Hanno ed Enric) procedono con quell’incedere marziale che è molto più metodico (quasi industrial) di quanto le grezze sfuriate del loro secondo disco farebbero presagire ad un primo impatto. Un heavy metal (al tempo stesso old school e post) cavernicolo e furioso, ma anche divertente. Da affrontare a testa bassa.
[R.T.]
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Mantar – Ode to the Flame
(Nuclear Blast, 2016)

Guitar and drums, face to face in a challenge to the death. Eyes fixed on the rival, like a western duel. Noisy feedback is the trick used by the guitarist to increase tension before everything explodes. The wait ends when his opponent on the drums attacks. In a moment we are overwhelmed by a burst of riffs, the wait is over. We find ourselves in the middle of a battle in which liters and liters of sweat will be poured, many strings will break and drum sticks will fly in the air. No prisoners will be taken. A frontal assault characterized by the propulsive thrust of groove and the destructive force of noise. It is at the moment of detonation that we realize that the two armies are not opposed, yet allied with each other, and we are the enemy. The assault on the listener is direct like a fist in the face. Punk in the soul, heavy metal in the body. Primitive, bestial. Like the attack of a cavalry thirsty for the blood of the enemies, with horses shoed by a certain Lemmy, and with irons forged by Venom. Even when the pace slows, the blows do not lose strength and they are dripping with blood and earth, as if they came from New Orleans sludge scene. Typically Germans, the two fighters (Hanno and Enric) proceed with that martial gait which is much more methodical (almost industrial) than the rough fury of their second record would presage at first listening. Savage and furious (at the same time old school and post) heavy metal, yet also funny. To be faced headlong.
[R.T.]

lunedì 2 aprile 2018

Smashing Pumpkins - Gish


Smashing Pumpkins - Gish
(Caroline Records, Hut Recordings, 1991)

Il rock alternativo americano degli anni '90 fu raramente ispirato dalla musica degli anni '80, con l'eccezione dell'indie americano. Gli Smashing Pumpkins furono una delle poche band interessate ai suoni di un altro continente creati nel decennio precedente. Fondati nel 1988 a Chigago, gli Smashing Pumpkins compongono un rock alternativo vicino al grunge di Seattle e al crossover psichedelico dei Jane's Addiction, ma con un interesse particolare per la ricerca melodica dei rumori sviluppatasi in Inghilterra. Il contrasto fra riff aggressivi e melodie oniriche è perfettamente rappresentato dalla voce di Billy Corgan: gentile e delicata, ma allo stesso tempo disturbante e isterica. Vagamente psichedelici, gli Smashing Pumpkins alternano ninnananne e rabbia tipicamente alternative metal. Prodotto da Butch Vig, il loro album d'esordio è un eccellente anticipazione del futuro della band, in perfetto equilibrio fra delicatezza shoegaze e rabbia e disperazione grunge.
[R.T.]
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Smashing Pumpkins - Gish
(Caroline Records, Hut Recordings, 1991)

90s American alternative rock was rarely inspired by 80s music, with the exception of the American indie one. Smashing Pumpkins  were one of the few bands interested in sounds of another continent created in the previous decade. Founded in 1988 in Chicago, Smashing Pumpkins compose an alternative rock similar to Seattle grunge and Jane's Addiction psychedelic crossover, but with a deep fascination for English melodic research of noises. The contrast between aggressive riffs and dreamlike melodies is perfectly represented by Billy Corgan voice: gentle and delicate, but at the same time grating and hysterical. Vaguely psychedelic, Smashing Pumpkins switch between lullabies and alternative metal rage. Produced by Butch Vig, their debut album is a great preview of the future of the band, in perfect equilibrium between shoegaze gentleness and grunge anger and desperation.
[R.T.]